Molo a VeneziaLa gente pensa che le cose che scrivo siano autobiografiche, in realtà le cose che scrivo non sono autobiografiche. Perchè le storie sono di tutti. C’è una episodio che vola sopra la mia testa? La prendo e la scrivo. Poi ci lavoro sopra. C’è un personaggio che mi si tratteggia nel cervello? Lo prendo e lo schiaffo in un cazzo di file di testo. Poi ci lavoro sopra. C’è una modalità di comunicazione che voglio sperimentare? La prendo e… ormai avete capito come funziona.

Tutto questo perchè il racconto che segue è in prima persona. Ricordatevi che fatti persone e cazzi vari sono inventati e ogni riferimento è casuale.

Lo so, il titolo fa un po’ cagare…

 

Bandito (participio passato)

- Oh Dà, ti devo dire una cosa, c’è un problema..

- Che è successo, dimmi..

- Aspetta un secondo che vengo fuori.

L. esce dal bar, mi fa cenno di seguirlo: ci allontaniamo quel tanto che basta per fare una conversazione discreta, ma senza dare nell’occhio.

-Non vogliono che stai qua. Dicono che te ne devi andare, che non puoi dormire qui stanotte.

-Eh?

-C’è stato un casino, non ti danno il permesso per dormire qui.

Coglioni. Mi danno il foglio di via dal Lido. Mi dispiace per i casini che avranno i ragazzi che mi volevano ospitare. I loro superiori gli faranno il culo.

-Ok, mi faccio una doccia poi vado a prendere un treno, magari riesco a prendere l’ultimo.

-No, stasera ce ne andiamo a far nottata, ti facciamo compagnia fino a domattina.

-Ragazzi non preoccupatevi, non è un problema.

-Cazzo dici? Sono 18 giorni che siamo bloccati su questa isola di merda dove non c’è un cazzo da fare. Stasera si cambia.

Sono le nove di sera e il lungomare è deserto. Il Lido di Venezia è un fantasma che nessuno ha più voglia di evocare. Ormai è davvero tardi per avviarsi verso la stazione e prendere l’ultimo treno per Bologna. Notte in bianco visto che il progetto dei ragazzi di ospitarmi per la notte è andato a puttane. Domattina andranno direttamente ad aprire il bar mentre io prenderò un treno che mi riporterà a casa.

 

Ci decidiamo per Jesolo: il Lido è agonizzante, rischiamo solo di fare incontri che potrebbero rivelarsi come minimo imbarazzanti, ma più probabilmente insostenibili. Al chiosco vicino al lungomare Klinger ci concediamo solo qualche piadina e un po’ di San Miguel. Il gestore è un vecchino niente male per essere un veneto, anche se continua a cagare il cazzo con ’sta storia del brie. Vagli a spiegare che non lo sapevamo che lì al Lido la piada per antonomasia è speck e brie. Vagli a spiegare che da noi si usa lo squacquerone. Ma son dettagli innocui.

Lasciamo le bottiglie vuote sul tavolino, diretti all’imbarcadero. La motonave fa rotta verso Punta Sabbioni, paradiso privato di Beniamino Rossini, pard dell’Alligatore, e paradiso pubblico dei surfisti dell’alto adriatico. La traversata non dura a lungo: il tempo di incrociare un vaporetto carico di altri disperati come noi, alla ricerca di un briciolo di vita in una zona troppo presuntuosa per lasciarsi avvicinare con gioia. Qualche ragazza saluta dal ponte. Fica ubriaca in direzione Jesolo. Il leit motiv della serata. Spiaggiamo a Punta Sabbioni e si è già fatta una certa ora. Mancano ancora quindici chilometri di bus e ci siamo. Il K. ne approfitta per dormire un po’. Io e L. guardiamo stanchi fuori dal finestrino, tentiamo di fare il punto della situazione. Il punto della situazione è che ci stanno puntando due ragazzine della presunta età di 14-15 anni, il che vuol dire che molto probabilmente ne hanno 12-13. Se non fosse così ridicola come idea sono certo che rabbrividiremmo entrambi.

Scendiamo alla fermata sbagliata, un po’ per evitare le due bimbe, un po’ perchè in fondo siamo tre coglioni mezzo addormentati. Ci muoviamo a ritroso lungo la via percorsa dall’autobus. Il K. ferma una coppia di tizi pippatissimi per chiedere informazioni su dove si possa passare una serata divertente.

-Cercate della figa? Allora andate dritti fino alla rotonda poi girate a sinistra, là è pieno di locali, è pieno di figa!

-Grazie. Senza convinzione.

Il K. riesce a essere sempre molto calmo, in questo caso è l’antitesi definitiva del nostro informatore, parecchio su di giri per essere mezzanotte. Io mi sto spoetizzando lievemente, ma ancora a livello inconscio. Giro lo sguardo e una ragazza esce da una Punto grigia stropicciandosi inequivocabilmente il naso.

Troviamo la calca. Troviamo la gente. Troviamo il contatto e l’energia umana che mancavano da giorni. Ci gettiamo a testa bassa nel primo locale che troviamo, veniamo sommersi da minigonne, shorts, camicette, a loro volta sommerse da fighetti, fighetti, fighetti. Il primo drink serve a prendere contatto con quello che ancora non ci rendiamo conto essere un altro mondo. Creato con lo stampino nel Nordest che produce. Nauseabondo e pericoloso come le fabbriche del Nordest che produce. Passiamo qualche minuto a guardarci attorno. Nessuno di noi tre è un timido, ma sappiamo tutti quel che sta succedendo, quel che non potrà mai succedere: che ci divertiamo relazionandoci con quella gente.

Facciamo due passi: il corso principale è identico a quello di Lignano, a quello di Bibione a quello di qualunque stronzissima località balneare del nord adriatico. Chiudo gli occhi e ricordo le nottate estive passate in bianco a dormire per strada, anni fa, a Lignano. E penso che mi ritrovo nella stessa situazione, solo nella regione modello per il Friuli Venezia Giulia. Dove tutto è esasperato all’ennesima potenza. Nella piazza ci sono i classici pierre, c’è anche una scultura di metallo dai caratteri indescrivibili, a sottolineare che anche la cultura in questi posti diventa uno status symbol. C’è un palco rialzato, proprio sotto l’insegna luminosa che pubblicizza il Muretto. Sembra che gli under 16 che passavano da queste parti si siano fermati tutti qui, su queste assi di legno, a pomiciare e sbevacchiare un po’ di birra in bottiglia. Ci concediamo 15 minuti di recupero, distesi. Il K. si addormenta di nuovo.

Decidiamo di riprovarci, stesso locale, drink diversi. In realtà il posto si sta svuotando, rimane solo quanto di più possiamo disprezzare a livello umano. Sicuramente la cosa è reciproca. Non rimane che guardare le modelle che sfilano sugli lcd appesi alle pareti. Poi ce ne andiamo.

Arriviamo alla fermata convinti che dormiremo sulla spiaggia di Punta Sabbioni. Comincia a far freddo, ma ce la possiamo fare. Forse. No, non ce la possiamo fare. Sono le 3.30, il primo bus passa alle 5.15.

-Pazzesco, la motonave che porta al Lido viaggia tutta la notte ma il bus che porta al molo si ferma dall’1 alle 5…Mah.

A tutti e tre non sembra nient’altro che l’ennesima stronzata a cui abbiamo assistito in terra veneta. Ci distendiamo sulle panchine per provare a riposare un po’. La stanchezza è densa, ma fa troppo freddo per dormire. Ci scaldiamo a stronzate fino a quando cominciamo tutti a crollare. Un attimo prima di scoprire il passatempo preferito delle teste di cazzo a Jesolo: passarti vicino in auto a tutta velocità e giù di clacson e insulti. Sale la voglia di menare le mani, il sonno cala drasticamente. Ma di fronte a noi c’è solo un gruppo di ragazzini che si sta fumando una canna. Buon per loro che la pattuglia di carabinieri che passa loro davanti cinque volte per stasera decide di lasciar perdere. I ragazzi si addormentano. Io ho altri pensieri. Pensieri che non sono facili da scacciare neanche quando le palpebre si fanno pesanti e gli occhi bruciano di sale.

Dio solo sa quanto voglio un Lucano.

Finalmente la vita riprende. L’autobus si porta dentro i primissimi lavoratori, quelli delle prime ore del mattino, quelli con la barba fatta tanto in fretta da lasciare il volto ricoperto da piccoli cerotti. Quei lavoratori che devono dividere i sedili sudici con gruppi di giovinastri che non fanno un cazzo dalla mattina alla sera. E quelli che prendono il bus non sono nemmeno i peggiori. Ma i ragazzi son ragazzi, e le vacanze son vacanze, va tutto bene così.

La motonave è sincronizzata con l’arrivo del bus. Ci aspetta pronta a partire come l’autista dopo una rapina. La biglietteria è chiusa, decidiamo di fare i portoghesi. Chi cazzo vuoi che controlli alle sei del mattino? Ci sediamo sulle panche dentro la stiva, pensiamo sia il posto più caldo. Quasi non ci accorgiamo che stiamo attraccando. A San Niccolò il K. e L. scendono in fretta e furia. Sono le 6.15, fra due ore e mezzo hanno un bar da aprire. Li seguo camminare mentre io rimango sulla motonave. Io ho il foglio di via. Io li non ci posso stare. Io devo lasciare il Lido, devo lasciare Venezia. Non sono persona gradita. Ma prima penso che sarebbe bello fare due passi per le calli vuote. Le calli delle 6.30 del mattino. Scendo a San Marco, o meglio, ci provo.

-Biglietto prego.

-Ma porca troia…

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