images.jpgCi sono periodi in cui riesce immediato scrivere testi di genere: critica, altri in cui la scrittura scivola verso il genere: narrativa. Questo racconto temo rimarrà pubblicato solo online, ma è una parte imprescindibile dei Racconti udinesi.

 

Cultura del vino e altre cazzate

di davidecast

Mi par che qua la nottata sta andando, vola proprio via, ma non c’è problema, è mezzanotte e trenta di lunedì, in questa città, mezzanotte e trenta di lunedì non trovi più un cazzo di aperto, pertanto, garantita la madonna che dopo questo bicchiere mi schiaffo a casa, così pensava Antonio. Aspetto solo che mi dicano di andare, chè stan chiudendo, garantito che ancora 10 minuti poi basta, Stiamo chiudendo, vedrai, così mi dicono, pensava, tempo 10 minuti, ne sono certo. Sarà che sono l’ultimo rimasto in questo locale “bene”, questo locale, come si dice, rinomato, sarà per questo, sarà che poi a pensarci, domani alle 9 bisogna lavorare, non posso far figure, sarà quel che sarà come diceva la canzone, mi sta salendo un certo subdolo disagio, così pensava Antonio. Ancora un beveraggio, poi mi trasferisco a casa per bere l’ultima e veder che passa stasera in tv. Alla peggio mi butto sulla pornografia. Stiamo chiudendo, aveva detto il ciccione dietro il banco neanche 5 secondi dopo. Un ciccione che se non se si fosse trovato dietro al banco ma ci si fosse trovato davanti, garantito al cazzo che tu, entravi nel locale, Il bancone?, ti chiedevi, dov’è il bancone?, poi lui si spostava e finalmente lo vedevi il bancone, così pensava Antonio. Comunque mi tocca finire ‘sto bicchiere, pagare, levarmi dalle palle prima di causare troppo disturbo a sti stronzi che grazie a certa gente ci campano. I pensieri continuavano ad andare via dritti senza fermarsi mai. Non sono un alcolista, no, non sono alcolista ma l’alcolismo in questa regione, non per dire, qua è un discorso serio. Cercano di camuffarsi dietro a locuzioni come cultura del vino e altre cazzate del genere, prendendo per il culo se stessi, i propri figli, gli stranieri. Qui siamo uno dei pochi posti dove il termine straniero ha ancore ragione d’esistere, non nell’era della globalizzazione, intendo nell’era dell’unità italiana: un veneto, un emiliano, son foresti, forestieri, un siciliano, com’è ovvio, un terrone, così pensava Antonio. La cultura del vino, in definitiva qua non è altro che una fregnaccia di proporzioni bibliche, una fregnaccia istituzionalizzata, nutrita e coccolata dai politici, tra i primi malati. Signori, qui si sta male, il disagio è palpabile, qui miei cari siamo una delle regioni col maggior numero di suicidi in Italia. Qualcosa vuol pur dire. Un giorno ne parlerei volentieri con un politico o robe simili: senti gli direi, grand’uomo, tu che mi spari tutto il giorno cazzate sulla cultura enogastronomia locale, prova un po’ dare un’occhiata questo disagio sociale dilagante, questo disagio sociale cosi acuto, questo disagio sociale di proporzioni veterotestamentarie, che il disagio sociale medio della cosiddetta Unione Europea al confronto impallidisce, così io gli direi a un politico, meglio, gliel’avrei detto qualche anno fa, mi sa che ormai ho già passato pure il periodo d’attivismo e della denuncia, così pensava Antonio. Allora ‘ste consumazioni le paghiamo?, gli aveva chiesto il ciccione. Sailcazzo come questo stronzo di barista ci guadagna con quelli come me, con una mia serata offre una cenetta a quella troia di sua moglie sperando che riconoscente finalmente gliela dia, ha poco da fare lo spaccamontagne il coglioncello, dirmi Stiamo chiudendo, Stiamo chiudendo un par di palle, le consumazioni, le consumazioni i miei coglioni, ma non ho mica voglia d’attaccar briga, in fin della fiera il padrone è lui, viva la democrazia chè una testa dimmerda qualunque può trattarmi a pescinfaccia solo perché m’ero perso un attimo dietro le mie considerazioni, così pensava Antonio. Trattare così me, me che tutto sommato son una persona anche con un certo modo di comportarsi, anche con un certo, per così dire stile, anche con una certa educazione perdio, continuava a pensare Antonio, ma non parlava. Non restava che pagare e trottare via.

 

Percorreva via Manin: nei film non ti fanno mai vedere gli sbronzi che vomitano, perché o si tratta di film che stigmatizzano, e allora non lo vedi perché son troppo incoerentemente pudichi, oppure fan parte di quel filone che un po’ ci gioca a rendere eroico lo sbronzone di turno, col risultato che chi beve, eroe, o antieroe, fa lo stesso in questo mondo postmoderno, grazie al cazzo che non vomita mai, continuava a pensare Antonio. Passava sotto porta Manin per costeggiare poi il colle del castello. L’unico esempio di onestà intellettuale che io conosca è Nicholas Cage in Via da Las Vegas, titolo originale Leaving Las Vegas: lui fa questo ex sceneggiatore, che a un certo punto dice a Elizabeth Shue, che nel film è una puttana gran figa che lui, Nicholas Cage, se lo vuole scopare, così le dice a lei, che esser sbronzo stai male sul serio, vomiti, è doloroso, mica come nei film. Secondo altri è quasi fico. Invece non è altro che l’unica via per non star peggio, continuava a pensare Antonio, oramai quasi arrivato al semaforo di viale della vittoria.

Pensar stronzate, passa il tempo, son arrivato al mio bel portoncino, proprio un bel portoncino quello del mio appartamento, un portoncino, per così dire borghese, non certo un portoncino anarchico, ora che ci medito su un attimo, proprio un portoncino benestante, di legno massiccio e il pomello color bronzo, più bronzo del bronzo, manca solo la serratura antiscasso, la serratura antiscasso, chi vuol venire avanti faccia pure, una volta scassinato, non c’è molto da portar via. La differenza tra il mio portoncino e un vero portoncino borghese, e questi erano i pensieri di Antonio mentre infilava la chiave nella toppa. Così era entrato senza grossi problemi con la serratura. Altre volte, aprire quella porta era più complicato, la chiave non riusciva a infilarla bene nel buco, andavano via anche 10 minuti prima di farcela, sto giro no, pronti via, dritta al primo colpo. Mi piacerebbe avere un’aioletta dove pisciare quando torno a casa, me, pisciare nel verde mi da una certa soddisfazione, mi dà quel minimo di comunione con la natura che mi basta per starmene in pace con gli elementi, né troppo né troppo poco, solo, l’aioletta non ce l’ho, potevo farla in giro da qualche parte mentre me ne tornavo a casa, ai giardini o robe così, non m’è venuto, ora via a mingere in un prosaico cesso postmoderno, così pensava Antonio.

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