Riceviamo e più che volentieri pubblichiamo un intervento di +stile, argomento: Elio Pagliarani. Cito un suo verso, che cita sempre lk, davvero affascinante, solo per invogliarvi ancora di più a leggere questo contributo
e invece ha senso pensare che s’appassisca il mare
di +stile
Scusate bella gente di questa bella rivista non sto parlando del nuovo mc’s lanciato da mtv o da radio deejay. Parlo di un poeta: Elio Pagliarani. Le sue liriche hanno raccontato i cambiamenti suoi e del suo paese (o meglio i suoi paesi-paesaggi) dagli anni ’50 al 2005. Nei suoi scritti musicalità, tensione lirica e l’intenzione di narrare si condensano in una dimensione epica e drammaturgica. Lucio Vetri afferma che lo scrittore d’avanguardia fa della letteratura una pratica contestativa, che si caratterizza come esperienza trasgressiva, di violazione delle strutture linguistico-ideologiche dell’universo culturale borghese. Pagliarani non vuole distruggere anni di tradizione letteraria ma decide di allargare, espandere la parola poetica al mondo e al linguaggio contemporaneo e alle sue trasformazioni e innovazioni (o involuzioni). Quindi decide di sovvertire le convenzioni e le strutture del mondo borghese e del mondo accademico aprendo al parlato, al mondo la possibilità di diventare materia (plastica direbbe Ottonieri) linguistica della poesia. La sua poesia sarà contaminata dai linguaggi più svariati: delle balere, dei night, dei trattati scientifici oppure di dattilografia, dei giornali, dei pescatori. Sicuramente la suo opera più interessante ed emblematica è la Ballata di Rudi. Un testo che ha visto ben 34 anni di gestazione, iniziato nel ’61 è stata pubblicato in maniera completa nel 1995. Nella penultima sezione, cioè la XXVI. Pagliarani decide di presentare un rap, un testo-rap, una poesia-rap. Il rap negli anni ’90 si stava diffondendo in Italia come musica di denuncia ed ha interessato anche altri autori dell’avanguardia come Sanguineti e Ballestrini. Tipicamente il rap consiste di una sequenza di versi molto ritmati, incentrati su tecniche come rime baciate, assonanze ed alliterazioni. Chi scandisce tali versi, cioè il rapper, lo fa su una successione di note (”beat”) realizzata tramite il beatmaking, suonata da un dj e fornita da un produttore o più strumentisti. Così Pagliarani trasforma la sua penna nel più tagliente raggamuffin e sottolinea i mali della nostra epoca: dopo la droga ecco l’anoressia e la bulimia. Fantastico e sarcastico racconta di questa nuova “arte di vomitare per distruggersi”. Queste moderne icone, Pagliarani salta nel tempo e le ricollega agli scheletri viventi che riuscirono ad uscire dai campi di concentramento. Mi permetto di aggiungere, senza generalizzare o moralizzare, che spesso in questa era postmoderna i nostri campi di concentramento s’impiantano come dei perfetti accessori ai nostri cervelli e/o cuori. Da una violenza contro la civiltà ad un’altra forse più masochista, autolesionista e privata. Sofferenze covate e inesplose credo, mio illustre Elio, sono queste i campi di concentramento dai quali siamo e sono reduci. Sicuramente la poesia è un’allarme puntuale e deciso di una problematica della nostra epoca. La decisione di definirla rap mostra come il poeta sia molto attento ai nuovi linguaggi ed è anche molto attento a come farli funzionare. Probabilmente anticipa la pratica letteraria del cut up teorizzato da Ottonieri, che consiste nell’esprimere la dimensione epica moderna attraverso un soggetto collettivo. Una tecnica che il critico romano riscontra in molti testi rap del panorama underground italiano (su tutti le Posse e gli Assalti Frontali). Pagliarani ha dimostrato che i poeti e i letterati non restano chiusi nella propria torre d’avorio a riflettere sulle proprie elucubrazioni sentimentali. Il poeta vive il suo mondo e il suo tempo cosciente che “ogni atto di scrittura deve farsi battito del tempo, del proprio tempo, suscitando conflitti conoscitivi, risonanti dissonanze cognitive”.
BREVE BIBLIOGRAFIA:
- Pagliarani Elio, Poesie (1946-2005), Milano, Garzanti, 2006.
- Ottonieri Tommaso, La Plastica della lingua, Torino, Bollati Boringhieri, 2000.









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