Siamo ora qui, e ve lo dimostreremo, per parlare dell’ultimo albo di Dylan Dog. Per la precisione, il coglione del titolo è davidecast e nessun altro. Mettiamo a tacere le polemiche prima del via.Ma il titolo è bello e significativo. Non va sprecato.
Allora, se c’è una cosa che mi fa mi fa incazzare è chi parla male dei cosidetti emergenti: autori, scrittori, disegnatori, pittori e cazzi vari. Io, da bravo coglione, debbo farlo per forza. Perchè l’ultimo albo di Dylan Dog, una volta letto, mi aveva lasciato, come da tanto tempo, poco soddisfatto. Poi l’ho riletto. E ho fatto male. Certe cose dovresti lasciarle perdere a un certo punto, mica rileggerle. Il fatto gli è che secondo me, prendere in mano una serie così è difficile, molto difficile, per una serie di motivi che non spiego in questa sede, come dicono quelli seri, verranno analizzati in un’opera in corso di pubblicazione. Alcuni ci riescono, e lo fanno abbastanza bene, vedi Paola Barbato. Paola Barbato, nonostante tutto, bisogna riconoscere che ci sa fare. Giovanni di Gregorio invece ha scazzato la prima. Perchè La stanza numero 63 si basa su un soggetto già letto (l’isola Dyd), ma soprattutto non rielaborato, o meglio poco rielaborato. I dialoghi così così, certe volte avevano dei particolari un po’ stridenti tipo unghie sulla lavagna. E mi dispiace dirlo, davvero perchè quelli emergenti bisogna sostenerli. E allora me lo dico da solo: giù la testa, coglione.
p.s. Caro Giovanni di Gregorio, spero davvero che da questo albo si sviluppi una valida carriera d’autore, te lo auguro davvero: perchè comunque Dylan Dog è un gran bel passo. Apparte tutto, complimenti e auguri!
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