…«A che pensi?»

«Penso che se non troviamo una scusa accettabile siamo belli che fregati.»

«Il tuo ottimismo è sempre confortante Antonio. Vai al diavolo!» e guardando il gradino ancora umido dopo l’ultima pioggia salì sull’autobus. Con un balzo come un gesto di stizza.

Carlo si allontanò così, sballottato dall’accelerazione singhiozzante, forse incurante delle conseguenze ma sicuramente consapevole di quello che era successo solo poco ore prima, nel caveau della banca.

Il Bell’Antonio rimase a giocherellare ancora alcuni minuti con i piedi sul bordo del cordolo della strada, soprappensiero, con l’aria di una persona stanca, stanca di tutto. L’odore della benzina fuoriuscita gli stava facendo male, accanto a lui due ragazzi si sbrigavano a pulire il terreno dal carburante che la pioggia non era riuscita a lavare via e fra di loro imprecavano e bestemmiavano.

“Ricapitoliamo, sono stato io a dare l’allarme, chiamando il Professore, ero io di guardia al manoscritto per tutta la notte e soprattutto solo io potevo essere l’unico fesso a farsi fottere così facilmente. Devono aver agito con cognizione di causa, sapevano che mi sarei assentato solo in quel momento.

Già, loro sapevano tutto.”

Immerso nei suoi pensieri non si accorse neppure di essere quasi arrivato a casa. Avrebbe dovuto fermarsi a fare la spesa. Niente. Avrebbe dovuto passare a ritirare il mazzo di chiavi di riserva. Niente. Avrebbe avrebbe avrebbe. Se la vita fosse un condizionale sarebbe l’imperatore del mondo intero. Ma la vita è vita e il condizionale è solo un verbo. Aprì la porta di casa e lo accolse subito quell’odore che tanto gli urtava i nervi. Anche stamattina i coinquilini peruviani avevano cucinato a modo loro, anche questa volta l’odore di fritto sarebbe rimasto per almeno due giorni. Sospirò, incassò senza nulla trasparire e se andò diretto in camera sua, l’ultima in fondo al lungo corridoio. Si distese sul letto dando una fugace sbirciata al poster di Carmen Electra, chiuse gli occhi dubbioso se mettersi a piangere o dormire sperando di risvegliarsi la sera stessa in un’altra vita, in un altro mondo, in un’altra persona. Optò per lo sfogo immediato.

Si risvegliò di soprassalto con la vibrazione del telefonino. Rispose senza neanche controllare chi stesse chiamando «Ola. Chiunque tu sia…»

«Sono quello che ti ha mandato al diavolo prima. Ricordi, C-a-r-l-o, quello che per sua sfortuna è il tuo unico amico rimasto.»

Pensieri e parole si mescolarono assieme nel dormiveglia agitato di Antonio.

«Smettila di fare cabaret e dimmi che vuoi.» “ma proprio ora mi doveva chiamare questo.”

«Non riesco a stare tranquillo.» rispose Carlo, “nell’unico momento di pace che mi era rimasto.”

«Buttala sul bere se non riesci a rilassarti.» “almeno è più imparanoiato di me.”

«Antonio, smettila di scherzare. Il professor Luci ci ucciderà per quello che abbiamo fatto, siamo nella merda fino al collo.»

«Lici può anche suicidarsi per quanto mi riguarda.» “beh, certo, dopo aver tagliato le gambe in cento parti, uno per ogni canto della Commedia, visto che gli piacciono i rimandi colti.”

«Non scherzare, l’abbiamo fatta grossa, sai bene cosa significasse per lui quel manoscritto. L’ha cercato per tutta la vita e noi lo abbiamo regalato a non so neanche chi.»

«Aspetta almeno che mi alzi dal letto prima di farmi di nuovo venir voglia di darmi un calcio nelle palle, con la gamba che Lici mi mozzerà. Aspetta che cambio orecchio.» si stirò il collo, guardò il soffitto e baciò la nuda Carmen.

«Ti saluta Carmen.»

«Fottiti Antonio.» e immediatamente dopo il cellulare cominciò a dare segnale libero.

“Ha riattaccato il codardo; ecco, siamo alle solite, nei momenti di difficoltà io sdrammatizzo e Carlo sragiona. O meglio, io sragiono e lui sragiona peggio.”

La sera stessa la sveglia suonò alla solita ora. Per sua sfortuna si alzò ancora nel corpo e nei problemi di Antonio Lipari e maledisse ancora il mondo. Cosa che dal resto faceva comunque tutte le volte che apriva gli occhi dopo una sana dormita.

Rimase immobile fino a quando non cominciò a sentire l’odore di fritto che aleggiava per la casa, solo allora prese l’importante decisione di alzarsi dal letto. Quella sera sarebbe stata fondamentale per lui, avrebbe infatti per la prima volta dovuto affrontare un problema di petto, in prima persona e non aggirarlo come al suo solito. Forse sarebbe diventato uomo entro la fine della nottata, finalmente. E un sorriso si stampò sul viso imberbe.

Da lì a uscir di casa ci volle molto poco, come altrettanto poco tempo ci volle per lo spuntino al bar. Tramezzino e caffè d’obbligo visto che sarebbero state le uniche soddisfazioni delle prossime ore.

Il dramma cominciò all’arrivo al settore blindato della Banca, anche se a dire la verità il vero dramma era cominciato al momento della sua nascita, ma questa è un’altra storia. Il Professore lo accolse, se questo termine può dirsi appropriato, sulla porta e senza dire una parola si diressero entrambi nella sala che sarebbe dovuta essere a prova di bomba. In effetti lo era, a prova di bomba, era la stupidità umana contro cui il caveau non poteva competere. E Antonio ne aveva molta da mettere in campo.

Carlo era già all’interno e lo accolse con la faccia di uno che avrebbe voluto essere in tutt’altro posto, anche all’inferno, se laggiù non facesse così tanto caldo. Il leggio, tristemente e dannatamente vuoto, si ergeva a simbolo nudo del suo fallimento, così freddo e insensibile che, per una contorta associazione di idee, ricordava il collo venoso del Prof. Lici.

Quest’ultimo proruppe senza neanche dare il tempo ai due di riorganizzare le idee:

«Voglio una spiegazione, non voglio sapere nient’altro e siate attenti a non farmi pentire della vostra scelta.» il suo dito in direzione del leggio era tutto fuorché rassicurante.

Carlo guardò prima negli occhi il Bell’Antonio e poi, passandosi la mano sul pizzetto, si soffermò sulla scarpa slacciata dell’amico, cercando conforto in quell’insignificante particolare. Così fuori posto come lui stesso si sentiva all’interno di quella prigione.

«Allora?» disse Lici alzando lievemente il tono della voce, senza tuttavia ancora scomporsi.

«È venuta a trovarmi Marta ieri sera.» con un sibilo irriconoscibile di voce «mi sono assentato solo un attimo per riaccompagnarla fuori e qualcuno…beh, qualcuno deve aver agito proprio in quel momento.» Lici in quel preciso instante si pentì della scelta di quel ragazzo, ma ancora nulla, non si scompose.

«Lipari, lei è pregato di…Cosa le avevo detto a riguardo?» “certo Prof. ma sai com’è le voglie sono voglie…” «Mi sono assentato solo cinque minuti.» cominciava a fare terribilmente caldo lì dentro.

«Cinque minuti!!!» a quel punto Lici esplose «lei è un incompetente Lipari, non la caccio via solo perché ha la fortuna di essere figlio di un mio carissimo amico.» le vene sul collo cominciarono a notarsi, eccome che si notavano, e certo non era un buon segno. Comunque, ecco, ancora una volta spuntava suo padre, anche dopo morto doveva continuare a tormentare la sua vita.

Lo sguardo di Antonio non riusciva a reggere il confronto con l’autorevolezza del prof. Lici, anzi, a ben vedere in quel momento anche un bambino lo avrebbe potuto demolire. Si passò la saliva sulla punta della lingua e poi inghiottì tutto, succhi gastrici rabbia e rimorso, e il sapore del tramezzino ai gamberetti si ripropose in tutto il suo disgusto. Il pensiero di suo padre invece rimase lì, come un’aureola di fuoco attorno alla sua testa. Stufo di questa situazione azzardò una domanda «La polizia ha trovato qualcosa, che ne so, un indizio, un’impronta?» immaginando scene di CSI o NCIS con vetrini e polverine per raccogliere le tracce lasciate dai chissà chi.

Il professore, senza neanche rispondere, uscì dalla stanza. Antonio vide solo lo spolverino color nocciola svolazzarli fra le gambe. 

«Lici ha detto che di Polizia non se ne parla nemmeno. Nessuno deve sapere nulla. Siamo solo noi tre a conoscenza di tutto questo. Comunque sembra proprio opera di professionisti. Per giunta dannatamente bravi, nessun segno di scasso, nessuna effrazione. Nulla di nulla.» disse Carlo torturando un bottone della camicia «Evidentemente sapevano anche l’ora in cui sarebbe venuta Marta e hanno agito di conseguenza. Il volume sembra essersi quasi vaporizzato.»

«Gia. Che ha detto Lici prima che arrivassi?»

«Non ha detto una parola. Non riuscivo a capire se era solo incazzato o anche disperato. Credo tutte e due le cose.»

Antonio ebbe una grande voglia di uscire da quel posto per cercare di allontanare ogni pensiero di quella oscena figura che aveva fatto. Il manoscritto originale della Commedia di Dante Alighieri era li, accanto a lui, fino a poche ore prima. Appena stato ritrovato, dopo centinaia di anni di silenzio, ora si era di nuovo eclissato.

Sentiva ancora l’odore della pergamena e della soddisfazione, ora entrambi svaniti nel nulla, come la propria autostima e la fiducia di Lici. Non male come giornata. Gli venne in mente Marta, almeno quell’immagine lo rasserenava per qualche istante, non riusciva infatti ad avercela con lei. Se cercava di deresponsabilizzarsi questa volta non aveva appigli a cui aggrappare le sue viscide mani. Ora doveva cavarsela da solo e certo non aveva voglia di prendersela con la sua ragazza. Tentò però un’ultima carta, la più ignobile: decise di prendersela con l’amico.

«Se ci fossi stato anche tu con me tutto questo non sarebbe successo.» disse guardando in tralice Carlo.

«Spero tu stia scherzando, i turni sono fatti per questo motivo. Cerca di non scaricare la colpa su di me che ero a casa a dormire.» rispose senza nemmeno girarsi a guardarlo.

Strano, pensò Antonio, di solito è più remissivo, ha ben tirato fuori le unghie questa volta.

Sorrise all’amico con aria più beffarda che altro e si diresse verso l’uscita. Nella tasca del giubbotto liso dall’incuria, con le dita della mano, stava giocherellando come al suo solito con le chiavi di casa, provocando un rumore gradevole per i suoi nervi ma fastidioso per tutti quelli che gli stavano vicino. Ma in quel momento non c’era tempo ne voglia di preoccuparsi degli altri.

*

Se ne accorse appena aprì la porta di casa: l’odore di fritto peruviano ne aveva lasciato posto a un altro. Meno inteso, più diffuso, ma anomalo. Troppo fuori luogo perché non se ne accorgesse immediatamente, per giunta lui, Antonio Lipari, che aveva passato notti intere durante le ultime due settimane a sorvegliare quell’odore, o meglio, la fonte di quel particolare aroma. Si guardò attorno ma la casa era sempre la stessa, sempre lo stesso porto di mare inospitale. Un viso straniero si affacciò dalla porta della cucina, la sua pettinatura curata aiutava poco i già spessi e grassi capelli sudamericani «È arrivato pacco oggi per te, Antonio.»

«Grazie Irene» “no, non poteva essere quello. Ma diamine, l’odore era inconfondibile” «Dove lo hai messo?»

«Davanti tua porta.» urlò questa volta la giovane ragazza che aveva ripreso mano alla scopa, con tutta la buona volontà di cui era dotata.

Avvicinandosi al pacco ebbe una grande voglia di ridere, di piangere e forse anche di dormire. Non fece nulla per non far trapelare le sue emozioni, tanto che cominciò a parlare da solo, a dar voce a qualche suo pensiero represso. Dall’altra parte della casa Irene sentì il suo coinquilino bofonchiare qualche cosa di strano. Decise di ignorarlo per stavolta, concentrandosi sulla parte incrostata del lavabo, cosa ben più importante in quel momento.

Antonio giaceva supino sul letto non potendo credere a quello che stava succedendo. Il manoscritto, rubato la notte precedente, era in quel momento posizionato sul tavolo, spalancato proprio a pochi metri da lui. Antonio constatò l’integrità del volume ma non sapeva cos’altro pensare e tanto meno cosa fare. Decise di tornare a osservarlo ancora una volta, per vedere che effetto facesse toccarlo e contemplarlo più da vicino, e fu in quel momento che vide meglio quel dettaglio che poco prima gli era sfuggito. Due foglietti di carta colorata, collocati in posizioni differenti, fuoriuscivano, quasi a sembrare due segnalibri.

Inferno XXXIII v. 63 e Purgatorio XXXIII v. 55.

Questo c’era scritto. Foglietti di carta, calligrafia moderna e inchiostro, probabilmente di biro. Nulla che rimandasse a particolare medioevali. Poco sotto due sillabe scritte con inchiostro rosso: TU-LE.

Zero, vuoto assoluto. Se fosse stato un fumetto un grosso punto di domanda sarebbe apparso sopra la sua testa, sgretolandosi in polvere subito dopo. Decise allora di chiamare Carlo. Almeno lui all’esame di critica dantesca aveva preso ventotto e sicuramente ne avrebbe saputo di più.

Trovò il nome sull’agenda del cellulare e chiamò.

«Antonio? Dove sei sparito?» la sua voce sembrava piuttosto preoccupata.

«Tranquillo, sono a casa. Senti, non ho tempo di spiegarti, dimmi solo una cosa: che cosa ti viene in mente se ti dico Inferno XXXIII v. 63 e Purgatorio XXXIII v. 55 e le due sillabe Tu-Le.»

«Credo di ricordarmi qualcosa ma non ne sono sicuro. Facciamo che ti richiamo fra un po’. Dovrei sbrigarmi.»

«Ok ciao. Io aspetto.» altro in quel momento non avrebbe potuto fare. Senza internet in quella casa era quasi tagliato fuori dal mondo. Si sedette sul letto e aspettò.

Poco dopo il cellulare vibrò. Antonio si alzò e rispose velocemente. Dall’altra parte della linea Carlo tossì lievemente prima di cominciare a parlare «Giancarlo Gianazza.»

«E chi cazzo è?» rispose fissando dubbioso una crepa sul muro della sua stanza.

«Uno studioso di Dante che sostiene un’idea un po’ particolare. La faccio breve, in pratica interpreta la Commedia come una sorta di codice cartografico. I due passi che mi hai citato sono in realtà le coordinate di un viaggio che ha compiuto Dante.»

«E ‘sto Gianazza dice anche dove è andato il nostro amico?»

«Islanda.» rispose Carlo «55 gradi di longitudine ad ovest del meridiano di Gerusalemme e 63 gradi di latitudine.»

«A me sembra una cavolata tutto questo.» un risata ironica uscì dalla bocca di Antonio «Aspetta, ora mi dirai anche che le due sillabe in realtà corrispondono alla mitica Thule. È questo che ci vuole dire Dante. O sbaglio?»

«E bravo il mio Antonio. Vedo che ogni tanto fai lavorare il cervellino. Comunque non sembra una cavolata. L’autore lo argomenta anche piuttosto bene. Non sembrano le solite fregnacce esoteriche da quatto soldi.»

«Ci mancherebbe pure quello. Ora però devo andare. Ti spiegherò più avanti perché ti faccio tutte queste domande. Ci sentiamo.»

Antonio non aspettò neanche la risposta dell’amico che ancora una volta era risultato piuttosto utile. Chiuse la telefonata e spense addirittura il cellulare. Ora voleva semplicemente rimanere solo con se stesso e raggruppare quelle poche e confuse idee che gli giravano per la testa. Decise di ricontrollare il manoscritto. Con molta cura sfogliò le ruvide pagine e lesse vari spezzoni, con difficoltà, dato che quei caratteri risultavano a tratti indecifrabili per le sue capacità interpretative poco allenate. Non riconobbe tutto, dei pochi passi che aveva imparato a memoria solo alcuni corrispondevano alla realtà. Stupito pensò che centinaia di anni di critica e filologia non si erano neanche lontanamente avvicinati all’originale, che ora giaceva li, aperto davanti ai suoi occhi. C’era però un dubbio che continuava a lasciarlo perplesso: perché Lici non aveva avvisato nessuno di questa scoperta? Delle beghe e delle invidie fra accademici Antonio era perfettamente a conoscenza e del fatto che questa scoperta avrebbe scosso l’intero mondo universitario era altrettanto ovvio. Ma tutta quella segretezza, a tratti risultava fuori luogo. La paternità della scoperta era comunque di Lici. Avrebbe comunque avuto modo di studiarlo per conto proprio. Con tutti i riflettori puntati addosso, sicuramente, ma pur sempre per conto proprio.

Ad un tratto sentì la porta della camera aprirsi.

«Irene, per favore, puoi bussare una volta ogni t…» Lici.

“Ma cosa diavolo ci fa Lici qui!!!”

*

La vista cominciò a snebbiarsi e riusciva quasi a sbattere le palpebre ora. Gli venne in mente il giorno in cui, quand’era piccolo, non aveva prestato il pallone da calcetto e Ricky, il bullo del quartiere. L’effetto dei suoi pugni sugli occhi era molto simile a quello che provava ora.

Cominciò a ricordarsi: La telefonata a Carlo, Gianqualcosa che parla di Dante e l’Islanda, Lici.

Lici e due figure incappucciate dietro di lui; e poi più nulla.

Una luce si accese e qualcuno cominciò a parlare.

«Fai solo si o no con la testa per rispondere alle mie domande.» “cavolo, che scena da film!” La testa gli faceva un male cane ma cercava di assumere una aria un pelo da duro. Quanto poteva almeno « Hai capito?»

Antonio fece si con la testa.

«Lici non verrà. È impegnato con il tuo amico Carlo in questo momento. Hai per caso idea di dove siamo?»

No con la testa.

«Bravo, vedo che andiamo d’accordo. Per gentilezza ti rispondo io. Sei in un bel guaio. Di quei guai molto più grossi di te.» cominciava a fare molto caldo in quella stanza, o dove diamine fosse, ancora non si riusciva a capire nulla. «Sai come è finito a casa tua il manoscritto della Commedia?»

No con la testa.

Un pugno lo raggiunse all’altezza della nuca. Violento e molto, molto doloroso. Vacillò e solo allora si accorse di essere legato. A una sedia probabilmente, almeno non rischiava di cadere, pensò.

«Vuoi che ti rifaccia la domanda?»

Si con la testa.

La stessa mano bastarda di prima lo colpì nuovamente sullo stesso punto. Uscì un gemito buffo dalla bocca di Antonio che capì immediatamente che l’ironia non lo avrebbe portato da nessuna parte.

Mangiandosi quasi tutte le parole riuscì a dire qualcosa «Me lo sono…trovato…a…» con fatica alzò la testa «trovato…a casa. Non ho idea…»

Terzo pugno.

Tutto nero.

*

Antonio riprese conoscenza dopo un po’ di tempo. Ormai non riusciva a capire nulla. Il tempo e lo spazio erano entità astratte che avevano poco senso in quel preciso momento.

Non si accorse che vicino a lui c’era Lici.

«Scusa per prima, Antonio. Ma puoi capire che non possiamo andare troppo per il sottile.»

Antonio si passò la lingua sulle labbra, sperando di non peggiorare la situazione. Erano comunque già tutte spaccate. Abbozzò una risposta quando Lici lo fermò.

«Ora tu stai zitto e lasci parlare me. Sei in un grosso guaio, ma questo l’avevi già capito.» Antonio annuì. «Quel manoscritto è di nuovo in mano mia. Per la seconda volta mi era stato rubato ma ora è di nuovo al sicuro.»

«Seconda volta? » riuscì a dire Antonio «C’è qualcosa… che mi sfugge?…»

«Esatto, seconda volta. Il manoscritto di Dante, e te lo dico brevemente perché ormai ti resta molto poco da vivere, è e dovrà sempre rimanere segreto. Ci aveva visto giusto il tuo amico con la storia dell’Islanda. Ma ha commesso l’errore di contattare anche me dopo che aveva ricevuto la tua telefonata.»

Ad Antonio crollò il mondo addosso.

«Caro mio giovane amico. Quel testo originale rivela troppe cose che la gente non può permettersi di sapere. Sarebbe, diciamo così, faticoso accettare quel tipo di conoscenze. Ci sono troppi segreti legati a quell’isola, alla razza degli Iperborei e, ovviamente, ai templari. Purtroppo per te non sei Robert Langdon e questo non è un romanzo. Mi dispiace ma non posso dirti altro.»

« Non siamo ancora riusciti a capire chi possa averti aiutato in tutto questo. Il manoscritto era pieno di indicazioni che, accuratamente indirizzate, portavano a una parte della verità. Tu nei sai qualcosa?»

Antonio fece no con la testa.

Vuoto.

*

Lo sparo rimbombò nella stanza. Quando Lici si alzò Antonio era già morto, esattamente come poche ore prima era successo all’amico, Carlo.

Lici uscì dalla stanza e sorrise. Vicino alla porta un vecchio ammiccò e disse «La prossima volta scelga meglio fra i suoi ricercatori. Più stupidi per favore. Danno tanto lavoro in meno.»

Sempre acuto il vecchio, pensò Lici.

ARTICOLI CORRELATI