Il Vangelo del coyoteEcco l’extended version di un intervento pubblicato anche altrove. Dove si parla del romanzo a fumetti di Morozzi, disegnato da Camuncoli e Petrucci. Per onestà rivelo che qualcosa non torna. Che cosa sia non si sa, ma per ora lo pubblichiamo così. A rivederlo ci sarà tempo.

Gianluca Morozzi, autore bolognese, ha già alle spalle una serie di romanzi di tutto rispetto. Da qualche mese promuove la sua ultima produzione Il vangelo del coyote, graphic novel illustrato da Giuseppe Camuncoli e Michele Petrucci, edito da Guanda. Che il romanzo a fumetti rappresenti una nuova frontiera dell’editoria è un fatto. Abbiamo già parlato di Joe Sacco e Gigi Simeone, e della riproposizione di Bastogne di Enrico Brizzi. Da questo punto di vista il lavoro di Morozzi si inserisce in un contesto che va pian piano consolidandosi tanto a livello di pubblico quanto di critica, ma quel che stupisce di questo romanzo a fumetti riguarda invece una tematica che in Italia apre e alimenta numerosi dibattiti: quello della censura. Perché Il vangelo è pulp, molto pulp. Il vangelo, fin dal titolo è una scommessa. In un contesto sociale dove la violenza diventa mezzo di comunicazione e ipocrita manipolazione, dove chiunque è pronto a levarsi indignato e offeso, Il vangelo è un grande successo. Perchè parla di violenza senza timore di ripercussioni polemiche, perché mette in scena un immaginario collettivo o inconscio con una coerenza e una serenità sempre più rare. Perché le storie di un insegnante che custodisce un inquietante segreto in una cantina dalle pareti rivestite di portauova e di due giovanissime e violentissime studentesse, possono finalmente essere raccontate, mettendo da parte ogni timore per l’insurrezione contro la violenza nella finzione. C’è molto altro in questo romanzo, questo è sicuro, basti pensare alla soluzione narrativa che sceglie di affiancare due vicende parallele attraverso i disegni di due autori diversi, fino al convergente epilogo narrativo. Basti pensare alla rielaborazione originale del tema affrontato a Woody Allen ne La rosa purpurea del Cairo. Basti pensare alle citazioni disseminate pagina dopo pagina. Ma l’aver affrontato certi argomenti con onestà e senza ipocrisie è un aspetto che forse verrà meno sottolineato di altri, dunque a maggior ragione va evidenziato. Perchè significa aver affrontato e vinto i due mortali nemici dell’autore contemporaneo: l’autocensura e la censura, le risposte impaurite di autore ed editore al presunto giudizio della società. Apro e chiudo una parentesi necessaria: qualcuno dirà, Pulp un cazzo, chè di sangue se ne vede poco, quando gli devono tagliare la lingua al bambino mica si vede che gliela tagliano, le inquadrature sono in soggettiva della vittima, mica del carnefice. Stessa cosa per il bambino rinchiuso nella cantina: soggettiva e taglio dell’inquadratura, come quando si vedono occhi e naso del bimbo ma rimangono fuori dalla vignetta le labbra appena cucite. Questo qualcuno è pregato di capire una cosa: apparte che uno la può considerare una scelta stilistica, magari quando incontro le persone giuste glielo chiediamo se è una scelta stilistica, una scelta del tipo che non vedere ti fa più impressione del vedere e cose cosi, apparte questo, dicevamo, si ricordi che viviamo in un paese dove il Moige insorge per una puntata dei Simpson. Quel che voglio dire è che non sempre la scrittura è coerente, perché il timore, sia pure inconscio, di offendere qualcuno è sempre in agguato.

Gianluca Morozzi,

con Giuseppe Camuncoli

e Michele Petrucci

Il Vangelo del coyote

Ugo Guanda Editore, Parma 2007

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