Questo è il risultato finale di alcune riflessioni scritte alcuni anni fa riguardo al tema dell’incontro, del senso di attesa che colpisce anche quando ci si sente vecchi (perché ognuno ha l’età che si sente). Questo è un piccolissimo sketch,un pezzetto del’immagine, dell’esperienza, della vita di una città che si può rappresentare cogliendone qua e la elementi eterogenei e diversissimi tra loro.

 

La piazza o Quel che inizia in Thailandia

 

Piazza della Libertà gli sembrava troppo piccola. Io non lo so mica chi è quell’uomo, quell’artista emerito che l’ha progettata, così pensava Matteo Accardo, Bella è anche bella, funzionale è anche funzionale, non si può mica dire di no, che non è esteticamente bella, che non è urbanisticamente funzionale: vuol dire non capire una sega di architettura, né tantomeno di urbanistica, sostenere una cosa del genere, così pensava. A dire il vero non ne sapeva assolutamente nulla di urbanistica, né di scienze architettoniche, In effetti io non ne so niente di queste cose, diceva tra sé, Sarà per questo che io, questa piazza, volerle fare un appunto, mi pare un po’ troppo piccola, questa piazza della Libertà.

Era arrivato in anticipo, aveva dunque avuto tutto il tempo necessario per osservarla in ogni particolare: aveva seguito con gli occhi i gruppetti di turisti che si spostavano a flipper tra la fontana e la Loggia del Lionello. Aveva fumato, con calma, una sigaretta, spegnendola poi contro un cestino di metallo e gettando il mozzicone innocuo nel cestino. No, non è una piazza questa, è solo una via un po’ più larga, così pensava.

Sarà che sono tutto carico di emozioni e aspettative per questo appuntamento, così pensava, Sarà per questo che ho una visione distorta delle cose.

Le aveva telefonato poco prima: Stella, le ho detto, io arrivo in centro tra un’ora, troviamoci nella piazza dove c’è il bar Americano, che li so arrivarci, è facile, non mi ricordo com’è che si chiama, ma è facile, Piazza della Libertà?, Si, hai ragione, si chiama così, piazza della Libertà. Ci vediamo li tra un’ora e un quarto, così io c’ho il tempo di parcheggiare la mia auto, spero di trovarlo un parcheggio per la mia auto li vicino, trovarlo lo troverò, vero? Si? ci vediamo li allora, ciao.

Stella, io lei non la vedo da un mese, così pensava. Si erano conosciuti in vacanza, in uno dei classici viaggi organizzati dove la gente ha solo un obbiettivo, un obbiettivo di genere: scopare. Tendenzialmente con della gente del posto, che magari ci sono poi meno problemi, tipo strascichi sentimentali e via discorrendo. Matteo però si era innamorato: e non di una donna thailandese, ma di una sua compagna di viaggio, perdipiù una sua compagna di viaggio e compatriota. Friulana. Di Udine. Donne e buoi dei paesi tuoi. Pensava ai giorni passati a Pukhet.

Ma ora la Thailandia è lontana, così pensava, E saddio se non vorrei esser là, con Stella di nuovo, per le vie di Pukhet, seduti sulla spiaggia che si affaccia sul mare Andavano, o sul dorso di un elefante che si inoltra nella giungla, son discorsi anche del cazzo, tu sai ancora prima di andare in vacanza che la vacanza finisce subito, poi dopo è triste, son discorsi di dominio pubblico, ma cosa vuoi, sapessi com’e strano, innamorarsi a Pukhet. Gli sembrava così strano essersi divertito a quel modo in compagnia di una donna.

C’era qualche turista in giro per Piazza della Libertà, le solite famigliole austriache e qualche giovane rapuso da breakdance sotto i portici della loggia. Strani gli stranieri in Italia, sembra che vedono il mondo per la prima volta, come se noi non cagassimo, mangiassimo e chiavassimo uguali precisi come fan loro, così pensava Matteo. Mah. Doveva essere apparso anche lui così ai thailandesi. Questi pensieri anche mi distraggono, mi rilassano un pelo, saddio quanto ho bisogno io adesso di rilassarmi, ho paura che Stella non si faccia vedere, paura di non aver chiuso la macchina. Ma magari, Stella arriva adesso, o magari è già qui e non mi riconosce per via che mi son tagliato i capelli, sapevo che era una cazzata tagliarsi i capelli, che poi dopo Stella quando arrivavo al nostro appuntamento in una piazza anche esteticamente bella, anche urbanisticamente ben strutturata, ma un pochino, a mio ignorante parere, un pelino troppo piccola, che sembra quasi una via allargata, non una piazza, Stella non mi riconosceva per via dei capelli tagliati, son cazzate che devi pensarci sempre due volte prima di farle, tagliarti i capelli, così pensava. Spero che non se li sia tagliati pure lei sennò stiam belli freschi. E allora spetta che mi accendo un’altra sigaretta che mi do una bella calmata, avere anche un beveraggio mi darei una bellissima calmata, spetta che vado al bar Americano e mi prendo una bella birra che poi mi siedo fuori e se Stella arriva poi dopo la vedo lo stesso, così pensava. Magari meglio di no, metti che lei arriva, metti che mi riconosce, non è mica bello presentarsi alle 11 del mattino che uno sta gia bevendo una birra, magari stavolta posso anche trattenermi un pochino. La birra ce la si beve insieme alle 11.05. Se viene. Se mi riconosce. Son variabili fondamentali.

Si comportava come un quindicenne in gita.

 

Mi par che quel figurino là è Stella, aveva pensato, è proprio lei, son certo, son certissimo che è lei, e si era incamminato, tentando di sembrare il più tranquillo possibile, Non son tranquillo per un cazzo, così pensava, c’è il mio cuore che pare la batteria di machine gun dal tanto che picchia, e cazzo c’ho la gola di un secco che garantito non riuscirò a parlare, e adesso che mi ha riconosciuto e mi sorride, me lo dici tu come faccio a spiegarmi a gesti che non riesco a parlare dal tanto che son emozionato e secco e agitato. Uno aspetta certi momenti per un mese, poi dopo è un casino. Ed era inciampato in un cubetto di porfido smosso.

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