pitigrilli_dino_segre.jpgDi come Pitigrilli, compromesso con l’antifascismo, scaricato dall’OVRA, subisce il confino. Di come, convertitosi al cristianesimo, contrae un matrimonio religioso scordandosi del precedente ancora valido. Di come, inneggiato dalla folla torinese come direttore della Gazzetta del Popolo, declina proponendo il suo maestro Tullio Giordana e si ritira in Svizzera in attesa degli sviluppi, ricercato da Reich e Fascio come ebreo e antifascista, al contempo odiato come delatore dagli intellettuali antifascisti fuoriusciti.

All’incombere delle leggi razziali, di cui vedeva le conseguenze sul figlio avuto da Reri Senigallia, espulso dalla scuola elementare, richiese, inutilmente, la tessera del partito, mentre «Le grandi firme» veniva chiuso. Ormai odiato dagli intellettuali antifascisti, collaboratore dell’OVRA sempre più scomodo, attaccato del MinCulPop, Pitigrilli cercò ancora protezione all’interno del Partito, nuovamente senza esito: anzi, nel 1939 venne licenziato dall’OVRA, perdendo la minima protezione ottenuta fino ad allora. Infatti, nonostante fosse battezzato, il 10 giugno 1940 ricevette l’ordine di recarsi in un campo di internamento a L’Aquila. Grazie all’interessamento della compagna Lina Furlan, che si rivolse direttamene alla sorella del duce, ottenne di poter scegliere la località di relegazione coatta, optando per Uscio, sulle alture di Savona. Qui incontrò l’esoterismo gettando i presupposti per un nuovo periodo della sua avventurosa esistenza. Abbracciato lo spiritismo, il passo successivo fu il suo avvicinamento alla fede cristiana, sancito dal matrimonio di rito ecclesiastico con Lina Furlan, a Genova il 26 luglio 1940, nonostante fosse ancora legato con rito civile a Reri Senigallia, quindi di fatto bigamo. L’intervento di Edvige Mussolini, sorella di Benito, il cui interessamento aveva già salvato Segre dal campo di internamento, permise l’annullamento dell’ordine di confino: Pitigrilli si trasferì immediatamente a Roma. Si fece ricevere da Galeazzo Ciano per chiedere di essere reintegrato tra le fila dell’OVRA, ma nonostante la disponibilità con cui fu accolto, il suo status di non ariano si rivelò un ostacolo insormontabile: gli appelli a Mussolini stesso furono costantemente ignorati.
L’estate del 1943 portò ansia e preoccupazione in tutta Italia. Durane una manifestazione di piazza a Torino, Pitigrilli, riconosciuto dalla folla fu proposto a furor di popolo come direttore della Gazzetta del Popolo, ma, declinando, suggerì il nome di Tullio Giordana, che tanti anni prima aveva avviato la sua felice carriera giornalistica, e che il Ventennio aveva gettato in disgrazia. Ricostituito il sodalizio con Giordana, poté riprendere la sua opera di condanna del regime fascista sulle pagine del quotidiano torinese. Ma con l’8 settembre, il concreto pericolo dell’invasione tedesca lo portò a rifugiarsi in Svizzera assieme alla moglie e al figlio, nato da pochi mesi. Qui si trovò attaccato dagli antifascisti, che lo riconoscevano come delatore, e ricercato dal Fascio e dal Reich.

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