pitigrilli_dino_segre.jpgDove si narra di come Pitigrilli smentì a più riprese la sua collaborazione con l’OVRA e di come la Democrazia Cristiana, per proteggere un recente convertito e mantenere l’ordine pubblico, sorvolò sull’accertamento delle responsabilità nel periodo bellico. Di come Pitigrilli, sostenuto dal tentacolare apparato vaticano, emigrò in Sudamerica continuando la sua attività di giornalista e scrittore per un ventennio. Di come rientrato in Europa, e quindi in Italia, morì circondato da moglie e figlio.

Dopo la Liberazione fu denunciata da diversi ex fuoriusciti la sua attività di collaboratore dell’OVRA, ma Segre smentì pervicacemente. Si invocò un’inchiesta statale cui Alcide De Gasperi non diede mai inizio, temendo disordini e violenze qualora si fossero pubblicati i nomi dei collaboratori del Regime. Così il “caso Pitigrilli” rimase in balia di voci e dicerie confermate e smentite, mai effettivamente appurate, fino al 1946 quando comparve l’elenco di 622 confidenti della polizia politica fascista, tra i quali si poteva leggere il nome di Dino Segre. Ma la polemica sulla genuinità della sua conversione al Cristianesimo monopolizzò l’attenzione dell’opinione pubblica: la Democrazia Cristiana si pose l’obbiettivo di riabilitare lo scrittore, avversata ovviamente dalla stampa socialista e comunista.

Pitigrilli nel frattempo aveva abbandonato il proposito di rientrare in Italia, tanto che nel febbraio del 1948, assieme alla moglie e al figlio partì per il Sudamerica, proprio mentre Sonzogno pubblicava quel che si può definire il verbale della sua conversione, La piscina di Siloe. Sbarcato in Argentina si rese conto della propria notorietà oltreoceano non appena fu invitato a tenere alcune conferenze e interventi radiofonici. Il 28 marzo, a completamento del suo processo di conversione, rinnegò i testi che gli avevano dato successo e ricchezza, con la richiesta a Sonzogno di non ristamparli più e di ritirare le copie dal commercio e dalle biblioteche. Nel frattempo gli venne affidata da Felice Laigno, direttore del quotidiano «La Razon» di Buenos Aires, una rubrica che Pitigrilli chiamerà Pimientos Dulces. Anche per questa sua iniziativa Pitigrilli ottenne un riscontro di pubblico notevole, tanto che il Vaticano si interesso nuovamente alla sua figura auspicandogli uno spazio su un giornale o una rivista cattolici: l’appello fu accolto da tre periodici su cui Pitigrilli pubblicò alcuni racconti di carattere educativo. Nel corso di una decina d’anni pubblicò una quantità notevolissima di raccolte di racconti, la cui stesura affianca l’attività giornalistica per «La Razon». Ma la destituzione della dittatura peronista consigliò a Pitigrilli di cambiare ancora una volta paese: temendo complicazioni, invece di rientrare in Italia si diresse a Parigi, da dove, qualche anno dopo, mandò in Italia la moglie per verificare il clima, ma ormai le accuse e le polemiche sembravano sepolte. Dopo un breve soggiorno in Italia prese nuovamente dimora a Parigi continuando a dare alle stampe volumi di racconti con straordinaria produttività. La serie Peperoni dolci, nata in Argentina, venne chiusa mentre nasceva Short stories e storie in shorts: qui inseriva storielle molto brevi, di due o tre pagine, delle quali riempì i sui libri da Sacrosanto diritto di fregarsene (1959) fino al 1971 con la pubblicazione di Sette delitti. Nel 1974 uscì Nostra signora di miss tiff, testo che segnò il ritorno al romanzo dopo dieci anni e al contempo chiuse la carriera di Pitigrilli: rientrò in Italia nell’aprile del 1975 e morì dopo un paio di settimane passate con moglie e figlio, l’8 maggio.


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