images.jpgPubblichiamo qui di seguito il primo dei Racconti udinesi: non diciamo altro ma invitiamo al commento ricordando che “non si fa nessun riferimento a fatti o personaggi realmente esistiti”. E non fateci entrare in discorsi da teoria della letteratura: un racconto è un racconto.

Andava a giocare tutti i pomeriggi, che fosse sole o fosse nuvoloso, tirasse vento o piovesse, Michele tutti i giorni era là, dopo aver terminato i compiti assieme alla mamma. Oggi erano due problemi di quelli con la frutta e i treni che corrono corrono senza fermarsi mai e a un certo punto si incrociano: la mamma sulla frutta era ferrata, sui treni meno, non era riuscita a spiegargli come funzionava tutto il discorso, gli aveva scritto una giustificazione sul quaderno, Michi l’aveva letto anche se era complicato capire la scrittura degli adulti, che poi s’arrabbiavano con lui se scriveva male, ma quanto male scrivevano loro che non si capiva mai niente di niente, pensava, e c’era scritto che per motivi familiari era riuscito a fare solo un problema, e allora il discorso si chiudeva li e lui poteva andare a giocare finalmente e così dopo aver sistemato tutte le sue cose che la mamma lo voleva ordinato come bambino, era andato come sempre a giocare in camera sua, ma mica da solo, mica rinchiuso, mica prigioniero. Con l’xbox. Spalancata sul mondo infinito che c’è dentro il televisore. L’xbox il papà gliel’aveva comprata l’anno prima per il suo compleanno. In realtà Michi voleva la playstation che ce l’avevano tutti i suoi compagni di classe, suo papà gli aveva comperato l’xbox che costava di meno, e all’inizio Michele era un po’ risentito poi però s’era accorto, giocando ogni tanto a casa del figlio dell’avvocato Compagnon che in effetti l’xbox, a parte che costa di meno che a Michele non glien’importava nulla del costare di meno, c’aveva un sacco di particolari che andavan meglio,a voler far un esempio, c’aveva un joypad che gli permetteva delle mosse dei videogiochi più fiche,modestamente parlando, di quelle della play. Da quella volta li a casa dell’avvocato Compagnon,aveva deciso che non avrebbe più giocato con la play, che finchè un suo amico non avesse comprato l’xbox sarebbe rimasto nella sua cameretta a giocare da solo a Pes. Pes sarebbe Pro Evolution Soccer. Così Michele aveva appreso il significato della parola acronimo. Un bambino di dieci anni che conosce il significato della parola acronimo, e riesce a convincere i propri genitori, come in effetti è avvenuto, di averlo appreso grazie all’xbox, ottiene l’accesso alla consolle pressoche illimitato, senza tante storie. Non è sempre liscia, è vero. Ma per Michi era andata proprio così. Ed erano iniziati i lunghi isolamenti in camera. Dopo aver concluso i compiti e dopo aver sistemato tutto come voleva la mamma. altre parole come acronimo non è che le avesse imparate ma qualche cosa di inglese si, di sicuro aveva un’ottima coordinazione oculo-manuale. Non passava molto tempo da allora, quando Michi, dodicenne, applicava a un nuovo ambito i suoi progressi coordinativi, sempre al chiuso della sua stanza, non più con Pes, ma con un gradevole video. Era arrivata la figa anche per Michele Risani, via della faula 33.

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