ouroboros.jpgLe macchine si bloccarono di colpo. Lo stridore, una mistura acuta di acciaio e silicio solido, penetrò nelle ossa.

L’ingegnere capo si mise le mani nei pochi capelli rimasti e piegò la testa come a cercare un sostegno materiale che reggesse il suo sconforto. Non lo trovò.

Un sussurrato «…no! Non può essere…» gli sfuggì inciampando fra i denti.

Dopo il rumore, l’imbarazzante silenzio: il suono nullo dell’inefficienza. La fabbrica 5991, produzione e stoccaggio, sembrò avvolta da una stasi spazio-temporale; il tempo, una categoria congelata nell’irrealtà. In centocinquanta anni di onorato servizio non si era mai guastato nulla, nove motori nucleari a fusione al giorno, tremiladuecentotta e cinque all’anno, quattrocentonovantaduemila e settecentocinquanta consegne consecutive da quando l’impianto venne inaugurato, un secolo e mezzo prima. Numeri nella media, senza dubbio, ma comunque positivi.

Jason, un omone grosso quanto intelligente, arrivò di corsa scansando in malo modo tutto ciò che gli si parava davanti. Jason, l’unico operaio della fabbrica, buona volontà e laurea in biomeccanica nucleare.

«Capo, capo! È successo quello che avevamo previsto.»

L’ingegnere si alzò dalla sedia senza rispondere. Sapeva già tutto. L’aveva previsto, ma ciò non bastò a convincere il Presidente dell’assurdità di quella decisione.

Immagine, buon nome dell’azienda, pubblicità: erano i tre concetti d’oro che quotidianamente cozzavano con il buon senso e la praticità. Il Presidente Futmayer si gongolava fra questi paroloni offerti alla stampa telematica, dimenticando che un’azienda non va avanti a parole ma con la millimetrica precisione del calcolo matematico.

L’arrivo del nuovo robot aveva sconvolto tutto.

Alla conferenza del mese prima si parlava di efficienza, di banale aggiro delle norme sindacali, del fatto che in un’azienda composte dal 98% da macchine l’arrivo di un robot L-15 non avrebbe creato alcun fastidio. Cose giuste, senza dubbio, pensava l’ingegnere. Ma mai e poi mai avrebbero dovuto mettere un L-15 a fare il lavoro di un uomo. Il collasso sarebbe stato ineluttabile. Una macchina è in grado eseguire determinati compiti, può correggere l’instabilità del plasma di deuterio e trizio, può introdurre lievi perturbazioni del campo magnetico, può costruire, separare, può…

Il flusso di pensieri di Henry fu interrotto dal richiamo di Jason: «Allora capo! Tutta la produzione si è fermata. Deve venire immediatamente al settore M.»

L’ingegnere, immobile dietro la sua scrivania, rimase in piedi. Le braccia, contratte dal nervoso, issate al tavolo. Una goccia di sudore scese lungo la gamba sinistra.

Settore M: aria di licenziamento.

«Arrivo, arrivo.» rispose svogliato, rassegnato al peggio.

C’è sempre bisogno di un capro espiatorio.

In dieci anni di lavoro all’interno della fabbrica non aveva mai visto i macchinari fermi, era uno spettacolo affascinante a suo modo. Duemila metri quadrati di movimento sincrono in attesa di istruzioni, di una funzione matematica che indicasse il ritmo da seguire. Pulegge che parevano quasi irrequiete, puntatori laser nervosi: impazienti di ricominciare a macinare lavoro. A Henry parve di passare sotto le gambe di giganteschi golem in attesa di istruzioni, si sentì il rabbino Loew della leggenda, solo un po’ meno credente, solo un po’ distante da Praga. Quel silenzio era dannatamente irritante.

La porta del settore M era rozzamente spalancata, esattamente come l’aveva lasciata Jason pochi istanti prima, e man mano che si avvicinavano sentivano sempre più chiaramente il ronzio incessante che proveniva dalla stanzone davanti a loro. Dietro l’entrata si nascondeva tutta la produzione delle costituenti del motore nucleare: i pezzi delle bobine di campo, dei divertori e di tutti i singoli componenti che sarebbero andati a formare il solenoide centrale. Un brulicante formicolio di elementi più o meno microscopici che avrebbero poi permesso, montati adeguatamente, di far raggiungere all’astronave l’orbita di Nettuno senza alcun fastidio.

Come entrarono si trovarono di fronte a una scena buffa, quasi ironica nella sua goffaggine. Il robot L-15 era grottescamente chinato in avanti, sbilanciato sulla piattaforma scorrevole. Nella stasi generale l’unica eccezione era il braccio retrattile del robot che compiva movimenti circolari azionando la pistola laser ogni due cicli.

Osservarlo da lontano faceva un effetto straniante.

Nel torpore generale l’alienazione era data da quell’essere artificiale a cui nessuno aveva dato l’input di terminare il proprio lavoro nel caso ci fossero stati problemi.

«Fa un certo effetto vederlo così inutile quell’ammasso di ferraglia laggiù.» Henry ruppe il silenzio.

«Già. Gli errori non erano previsti in questa fase di produzione e nessun informatico si è sognato di inserire nel suo software di memoria una qualche forma di escape.» replicò Jason con un mal celato imbarazzo «E credo che se non lo disattiviamo manualmente potrebbe andare avanti all’infinito. È entrato in contraddizione logica con le proprie istruzioni matematiche.»

«Si tratta proprio di un Loop!» fu la risposta secca di Henry.

«Si. Come avevi previsto.» altrettanto lapidariamente.

«Già, ora però lo devo spiegare al Presidente Futmayer.» Henry chiuse gli occhi sperando di non aprirli mai più.

 

La sala d’accoglienza era impersonale. Se era stata progettata per mettere a proprio agio era stato un miserabile fallimento. Ma forse era proprio quello il punto: non avrebbe mai e poi mai dovuto essere accogliente. Il presidente non tollerava la rilassatezza quando si era a colloquio con lui. Henry aspettò quasi un’ora.

La segretaria lo accompagnò fin quasi alla sedia mentre Futmayer era ancora impegnato in una conversazione in videoconferenza. L’imbarazzo si insinuò subito negli occhi dell’ingegnere capo.

«Caro mio Henry Penrose, cosa dovremmo dire alla stampa secondo lei?» Il presidente cominciò inaspettatamente la conversazione.

La sorpresa incrementò l’audacia «Dico che è stato un grossissimo errore di valutazione dare quella mansione a quel tipo di robot.»

Henry si pentì subito. Intravide i denti bianchissimi fra quello che avrebbe dovuto essere un sorriso di sfida.

«Faccio finta di non aver sentito, caro signor Penrose. Abbia però la cortesia di spiegarmi cos’è successo giù in fabbrica.»

«Proprio quello che avevamo previsto» Henry abbassò lo sguardo «Lo stavamo testando nella prima parte del processo di taglio del corpo esterno. Quello riservato generalmente all’operaio Jason Stackhouse. Un uomo.» la voce si fece più dura soffermandosi su questa ultima parola.

Il presidente notò il tono ironico.

«Quindi mi vuole dire che un robot non può fare tutto quello che gli si ordina?»

«Esatto. Nel processo di taglio l’incisione di due circonferenze concentriche, una piccola e l’altra più grande, ha mandato in tilt la sua scheda madre. Per la precisione è entrato in Loop.»

«In parole semplici?» sempre più spazientito.

«Due circonferenze hanno lo stesso numero di punti: infinito. Sono due grandezze intuitivamente differenti ma matematicamente uguali. Questo un uomo lo può facilmente intuire, ma un robot no.»

Il viso ombroso del Presidente mascherò perfettamente la sua inadeguatezza nel capire questo genere di cose. «Un robot segue una serie di operazioni matematiche prestabilite. Non lo si può mettere di fronte a una scelta intuitiva. Quella è una facoltà unicamente umana. Quando ha dovuto tagliare con il laser la seconda circonferenza è entrato in contraddizione logica perché reputava le due circonferenze identiche. Allo stesso modo algebricamente infinite.»

Un «Mhhh» scivolò fuori svogliato dalla bocca di Futmayer.

Un secondo «Mhhh» ancor meno convinto del primo irritò Henry, che proseguì «Ora ha capito perché mi ero opposto al suo progetto di inserimento di quel Robot?»

«Certo, certo ingegnere. Ora però devo trovare una scusa più semplice da offrire alla Stampa. Vada e riprenda il suo lavoro.»

Il rumore della porta scorrevole sapeva di vittoria. Henry uscì sorridendo.

 

 

Questo racconto lo spedito alla redazione di Fantascienza.com. E’ stato inesorabilmente bocciato, il giudizio può essere riassunto in una sola parola: ingenuo. In poche parole sembra essere stato scritto negli anni ‘40 del 1900.

 Il problema è che hanno perfettamente ragione. E’ molto vintage come argomento, sembra un brutta copia di un racconto di Asimov. Peccato. Però lo pubblico lo stesso perché ci sono affezionato e diciamo che farò tesoro del giudizio assia lapidario (ma utilissimo) di tal Silvio Sosio, redattore.

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