Questo intervento nasce a partire dal breve saggio “New Italian Epic” di Wu Ming 1, scaricabile gratuitamente qui da qualche settimana. Si tratta di un saggio estremamente acuto che è riuscito a cogliere una tendenza letteraria degli ultimi quindici anni italiani, dimostrando la straordinaria capacità critica del suo autore. Wu Ming 1 prende in considerazione alcune opere letterarie pubblicate in Italia a partire dagli anni Novanta, cogliendone un afflato comune: si tratta di narrazioni di carattere epico perché, nonostante le diversità, trattano tutte di imprese storiche, mitiche, eroiche o comunque avventurose. Attenzione, si parla di narrazioni, non di autori: senza questa considerazione non ci sarebbe permesso di cogliere appieno la diffusione di tracce ed indizi in un campo talmente ampio come quello della letteratura.
Al NIE vengono ricondotti scritti di autori estremamente diversi tra loro: La presa di Macallè di Camilleri, L’ottava vibrazione di Lucarelli, Black Flag di Evangelisti, Gomorra di Saviano per citarne solo alcuni. Una nebulosa, un contenitore dove trovano collocazione tanti, disparati elementi.
Tra i caratteri del NIE, Wu Ming 1 identifica un solo denominatore che sia effettivamente comune a tutti i testi che vengono inseriti in questa tendenza: parliamo del rifiuto del tono ironico tipico della narrativa postmoderna, in favore di un ethos accorato e partecipe. Trattandosi dell’unica conditio sine qua non di questa linea letteraria, cerchiamo di approfondire questo aspetto. Wu Ming 1 riconosce a questi testi una sorta di “presa di posizione e assunzione di responsabilità” da parte dello scrittore, tracciando una netta linea demarcativa rispetto a quella che è stata definita a partire dagli anni Sessanta, tendenza postmoderna. Una tendenza caratterizzata dalla contaminazione dei generi, ma più in generale da un presunto distacco fondato sulla “strizzata d’occhio compulsiva” al lettore tipica della letteratura postmoderna. Il grande merito del NIE, secondo Wu Ming 1, risiede dunque nel recupero di un’etica del narrare dopo anni di distacco giocoso. Un’intuizione sicuramente valida, che riconosce la riattivazione della parola come strumento di narrazione, finalmente ricaricabile di significato. E su questo non ci piove. Quel che si potrebbe osservare è che un tale modello è facilmente riconducibile a un aspetto di carattere, per così dire, psicologico, ovvero l’oscillazione tra un atteggiamento militante, attivistico, propositivo e uno depresso, passivo, implosivo. Si tratta di due modalità tipicamente umane di risoluzione dei problemi. In un contesto storico come quello italiano, la letteratura attraverso questa percezione della crisi ha dapprima cavalcato l’onda lunga del postmoderno, non riuscendo a esprimere che rare tracce di un attivismo, che pure era qua e là disseminato, come fa notare Wu Ming 1. Un diverso atteggiamento nei confronti della crisi sta ora emergendo con sempre maggior forza. Il postmoderno è stata una prima, umana reazione, che ha permesso di metabolizzare una risposta a una situazione insostenibile. La presa di posizione, e di coscienza, di una rinnovata letteratura militante, nel senso più ampio che a questa parola si possa dare, non è che il sintomo di un più generico e fiducioso desiderio di cambiamento.
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