Ore 19.49. Stazione dei treni Santa Maria Novella di Firenze. Lei era di fronte a me, al telefono, e i suoi occhi lacrimavano. Una cosa sola mi colpiva di tutta la situazione: piangere davanti a una biglietteria col cellulare in mano e, per di più, in mezzo a tutta quella gente era quanto di più desolante potessi provare.
E io dietro che aspettavo, troppo indaffarato a ricordare gli sconti da sfruttare, troppo stanco per pensare seriamente a qualcosa di intelligente da poter solo lontanamente dire. Troppo impegnato a essere crudele. Forse avrebbe avuto solo bisogno di un sorriso, gratuito e disinteressato, ma quando si era voltata, aveva trovato solo la mia barba immobile. Sotto, le labbra ancorate ai denti non si mossero di mezzo millimetro.
Guardando verso un’altra direzione, come se fosse possibile non aver seguito la scena fino a quel momento, mi riusciva bene fare l’assorto. Facendo finta di mandare un messaggio a una non meglio identificata persona, osservavo attentamente il display del telefonino per creare un ulteriore alibi alla mia indifferenza e lei continuava a piangere.
Le cuffie del mio lettore mp3 garantivano ulteriore distacco dalla situazione. Mentre lei continuava a piangere.
Non ricordo bene che musica ascoltavo in quel momento, ma pregavo perché il volume continuasse a stordire le orecchie in quel modo atroce; non sentivo nemmeno il ritmo che rintronava, c’era solo l’ovattata confusione dell’imbarazzo. Quando gli occhi convergono verso l’interno per fissare un punto indistinto sul naso, quando senti il volto bruciare dal rossore, quando, quando, quando…quando sei consapevole di non essere una brava persona. Sul pavimento, un giornale dimenticato da chissà chi si apriva e richiudeva su se stesso sotto la forza delle correnti d’aria di quella fastidiosa stazione.
Immaginavo un ragazzo, seduto al volante, diciamo nei dintorni di Siena, che torna a casa dopo una normale giornata di lavoro.
E immaginavo un ambulanza che arriva troppo tardi.
Vedevo una ragazza piangere accanto a me e mi vergognavo. Mi vergognavo per lei, per il fatto che stesse piangendo qui, in stazione, davanti a tutti.
Un amico chiama, lei risponde, appena appena trafelata dal fastidio di parlare proprio in attesa di fare il biglietto. Poi scoppia a piangere.
Io mi vergognavo per lei ed era la più stupida sensazione che poteva passarmi per la testa in quella situazione. Tuttora non posso neanche immaginare cosa stesse provando in quel momento ma, lì vicino, avvertivo solamente un irritante imbarazzo, uno stupido e infimo fastidio per il fatto che, in fin dei conti, la ragazza stava disturbando, attirando l’attenzione tutta addosso a lei. Anche se nessuno osava dire nulla.
La cosa strana era che non parlava, piangeva, ma non proferiva parola e ancora non riesco a capire il perché. E immaginavo la persona dall’altra parte della linea, innervosito da quell’ imbarazzante silenzio, non vedendo l’ora di chiudere la telefonata.
Non sono una brava persona, per nulla.
Immaginavo un bacio veloce, dato sulla guancia proprio prima di salire in macchina. Ore 7.45 di quel mattino nuvoloso. Un bacio scivolato con quella superficialità consapevole che poco tempo dopo, magari la sera stessa davanti alla televisione, ne avrebbe dati altri, altri ancora e poi ancora. Ma quello invece fu l’ultimo.
Immaginavo un “a stasera” detto a denti stretti mentre la prima ingranava, mentre la radio si accendeva.
A un certo punto il fastidio diventava sempre più insostenibile. Non sapevo più cosa inventarmi per evitare di affrontare la situazione di petto e avevo miseramente terminato tutti gli alibi possibili. Anche il giornale svolazzante era appena stato raccattato dall’omino ligio delle spazzature di turno.
Stizzito, mi ricordo, le avevo consigliato di fare meno confusione. Confusione. In una stazione dei treni! Allora non mi rendevo conto di quello che stavo dicendo.
La risposta fu adeguata alla mia affermazione <<Ma vada al diavolo>>.
Singhiozzando mi aveva mandato in quel paese, a me, che mi ero anche dimostrato così cortese nei suoi confronti. Così paziente di aver sopportato fino a quel momento quella imbarazzante situazione.
Allora non c’ho più visto e senza volere sono diventato ancora più offensivo:
<<Ma non vede che sta disturbando e mettendo in imbarazzo tutti, cazzo. I suoi problemi se li risolva a casa sua!!>>. Non so perché ma mi aspettavo che in quel momento si levasse un bel applauso in mio favore. In fin dei conti anche le altre persone della fila non ne potevano più di quella sgradevole circostanza. Invece nulla, indifferenza anche dopo il mio brillante intervento, la gente poteva andare al diavolo pensavo in quel momento.
Lei mi spinse, ancora fra le lacrime, si mise urlare come una pazza, come una nevrastenica.
Mi tirò il cellulare addosso.
Tutt’attorno una piccola folla di persone si era finalmente raggruppata, chi stava in piedi senza fare nulla, chi invece cercava di scansare quelli che arrivavano per mantenere il posto. Qualcuno riuscì a guadagnare qualche posizione per andare immediatamente a fare il biglietto. Beati loro. Io invece cercavo di girare la situazione a mio vantaggio.
Il telefonino, in frantumi, era sparso accanto a me.
<< Ma come si permette >>. Le parole uscivano urlando dalla bocca, senza volerlo, ancora disteso a terra: << Lei è una maleducata >>.
Alcuni del gruppo, che diventava sempre più numeroso man mano che il tempo passava, mi stavano aiutando a rialzarmi. Indignate, le parole che seguirono rimbombarono nell’aria: << Avete visto. Avete visto tutti. Potevo anche farmi male >> e rivolgendomi alla silenziosa folla continuavo con un tono di voce ancora più alto: << Qualcuno chiami la sicurezza, la Polfer o chi per loro. Qui c’è una squilibrata>>.
Lei continuava a piangere. Agitava le mani vicino alla testa come per allontanare tutti quanti, le braccia oscillavano davanti e dietro. Avrebbe voluto scomparire in quel momento. I suoi singhiozzi diventavano grotteschi.
Mentre la Polfer si avvicinava, la ragazza non si era ancora ripresa e cercava di sistemare il cellulare alla bella e buona, continuando a piangere univa con le dita i pezzi rotti che mai e poi mai avrebbero ripreso a funzionare adeguatamente. Tutti la stavano guardando mentre confabulavano fra loro sussurrando qualcosa che non riuscivo più a capire. Il rumore incessante di sottofondo di una stazione riprendeva solo dopo un po’ a rimbombarmi nelle orecchie. La stavano portando via.
La situazione era tornata alla normalità. Bella normalità.
N.B. ringrazio la stazione di Firenze per la sua preziosa collaborazione
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2 users commented in " Qualcuno dice fastidio "
Follow-up comment rss or Leave a TrackbackVeramente molto bello, racconto davvero affascinante. I miei complimenti.
Grazie Madmanno.
le stazioni tirano sempre fuori il peggio di noi.
sarà per caso colpa di trenitalia???
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