OrfeoChe cosa vogliamo fare, lo mettiamo tra i racconti udinesi? Per ora è meglio di no, mettiamolo in Scritture. Perchè è ancora più una bozza del solito, e soprattutto perchè, pur essendo un tassello di quel micromondo che i Racconti Udinesi vogliono ricostruire, non è ancora strutturato per farne parte. Anzi ho cambiato idea: mettiamolo fra i racconti udinesi, va la.

 

Orfeo

E le parole mi sembravano binari

che scorrono dappertutto senza incrociarsi mai.

Aldo Nove

Non ricordava che anno fosse, gli sembrava di essere in quarta ginnasio, o forse stava già in quinta, certo non era al liceo, perché il suo amico Giulio era ancora in classe con lui. Stefano ora aveva 34 anni e pensava che Cristo, un anno più giovane di lui era morto a trentatre, così pensava seduto sul divano mentre il sonno sopraggiungeva. Nel disordine del piccolo soggiorno, la tv che blaterava, era sorto quel ricordo lontano, quel ricordo, per così dire, tanto triste quanto sorridente. Un ricordo casuale, portato dal pacchetto di sigarette che Francesca aveva dimenticato sul tavolino, pochi minuti prima. Le stesse sigarette che quasi vent’anni prima fumava anche Giulio, Giulio che in quinta ginnasio l’avevano bocciato e che era il suo migliore amico: ricordava la classica fatica adolescenziale nel tentare di integrarsi un ambiente ben delineato e classista come quello del liceo. Insieme facevano sempre la figura dei coglioni. Ormai i pensieri cominciavano ad accavallarsi l’uno sull’altro, liberati all’improvviso. Già uno fa una certa fatica a integrarsi nel mondo, così pensava, già uno fa una determinata fatica a integrarsi nella cosiddetta società occidentale, già uno va incontro a problematiche esiziali al momento fatidico di ritrovarsi all’età di sedicianni, se poi, il personaggio in questione che si ritrova per una sorta di capriccio del destino nella così declamata società postmoderna occidentale invece che nell’altrettanto conosciuta società orientale o nell’ancora ignota società tralfamadoriana, così pensava, se infine gli si boccia il migliore amico, l’integrazione va a farsi fottere che è un piacere. Anche se, in fondo in fondo, lo sapeva perfettamente che non si sarebbe poi integrato lo stesso, ne a in quella scuola, ne, in senso assoluto, nella società di cui faceva parte, e questo lo sapeva perché al posto di Giulio era arrivato Simon, e Giulio aveva seguitato a vederlo lo stesso, ed erano poi arrivati Tutti gli altri, le canne, le sbronze, le droghe, Francesca Chiara Anna, e poi ancora tante altre che a volte me le ricordo e altre no, oggi mi ricordo Francesca Anna Chiara, così pensava, e nonostante tutto questo mi guardo allo specchio ora seduto sul divano mezzo addormentato, mi dico, Patrizio, così diceva a bassa voce, Integrato, ti senti integrato?, Patrizio, che fai ti prendi per il culo da solo? E a pensare all’integrazione, alla scuola e agli amici di allora si era ricordato il suo primo pianto, il primo pianto vero, un pianto, per così dire, da quarta ginnasio, un pianto intimista e sociale, ma, in definitiva, un pianto privato scoppiato in pubblico. Si era sempre vergognato, fin da piccolo di farsi veder piangere, da chiunque, fosse anche dai suoi genitori, i suoi amici e via di questo passo, Io quel giorno di quarta o quinta ginnasio mi son scese delle lacrime cosi dense lungo le guance con una delicatezza e un tempismo eccezionali, non m’era mai capitato, ma tradurre in classe la versione Orfeo ed Euridice, mi ha liberato dalla paura di piangere, così gli piaceva ricordare. La storia di Orfeo, pensava, avrebbe voluto raccontarla a Francesca, ma ormai era tornata a casa, e allora Patrizio pensava a come l’avrebbe raccontata: Orfeo, a voler riassumere la vicenda in righe piuttosto condensate, a voler far uso sapiente della sintesi, virtù e talento celebrato dalle istituzioni scolastiche a partire dal 1997, eran anni di sperimentazione, eran anni di cazzate, mentre prima, solo a permetterti di scrivere un tema che non raggiungesse le tre facciate di foglio protocollo, tu prendevi insufficiente politico, io ero per così dire abbonato all’insufficienza politica, per via del mio spiccato ma ancora sottovalutato talento sintetico, così pensava, avrebbe detto a Francesca. Negli anni successivi invece gli avrebbero dato insufficiente per altri motivi, nonostante il tentativo di favoreggiamento nei suoi confronti operato dai cosiddetti Riformatori della scuola. Orfeo, diceva tra sè, tralasciando che era poeta e musico e aveva vissuto un sacco di altre avventure, in questa versione dal greco succedeva che era morta Euridice, Euridice era la sua compagna, che lui era innamoratissimo di lei, eran fatti l’uno per l’altra, come si suol dire, così avrebbe detto, Era l’amore mitico infinito, l’amore che ti soffoca dal tanto sentimento che ti fa sprigionare, l’amore con tutti i suoi profumi, delicati e pungenti che stordiscono, l’amore che forse un po’ di senso te lo dà, l’amore che però, garantito al limone che con tutta l’invidia che c’è nel mondo, e c’era anche nella Grecia olimpica, anzi era addirittura peggio, per via di tutti gli dei che erano invidiosi anche loro, adesso almeno ce n’è solo uno di dio, con tutta quest’invidia, una sfiga ti deve capitare, a Orfeo, più che a Orfeo, a Euridice, le capita che muore all’improvviso e finisce nel regno dei morti, nel regno dei morti, il re era il dio Ade, com’è ben noto, così pensava Patrizio, rivolgendosi alla sua immagine stravaccata riflessa dallo specchio, rivolgendosi a quest’immagine come se fosse Francesca. Orfeo, appena torna a casa dalle sue giornaliere attività bucoliche, scopre che Euridice è morta, non ci pensa un istante dal tanto che questo dolore lo sta lacerando in profondità, si reca nel regno dei morti, va dal dio dei morti, Ade, gli dice, è morta Euridice, la mia compagna, non è giusto che è morta così, Ade, per cortesia, falla tornare in vita, così pensava Patrizio. Ade, stronzo, gli dice No, non è possibile, mi dispiace, morta è morta, anche se in realtà, dispiacere, non gli dispiaceva per nulla ad Ade, di Orfeo ed Euridice, avrebbe detto a Francesca. Comunque siccome Orfeo era pur sempre Orfeo, e in quanto tale musico e poeta, si mette a cantare del suo amore estremo per Euridice, raccontando ad Ade l’infinitezza dei sui sentimenti, la dolorosa frantumazione della perdita. Narra delle parole, delle immagini e degli incontri dapprima fugaci e poi eterni, delle dita che si toccavano e degli occhi finalmente vivi, dell’ispirazione e delle Muse, e siccome Orfeo è pur sempre Orfeo, e in quanto tale musico e poeta, lo commuove, ad Ade, Bene, gli dice Ade, visto che mi hai così toccato, e chi vuol fraintendere, lo faccia pure, d’altra parte siam pur sempre nella Grecia olimpica, si sa che certe cose tra masculi le si facevano con significati diversi che al giorno d’oggi, Puoi riportarti Euridice nel mondo dei vivi, gli fa Ade a Orfeo, solo, ora tu la prendi per mano ma non girarti per nessun motivo a guardarla, se ti giri a guardarla prima di essere tornati nel mondo dei vivi son cazzi, lei torna quaggiù e non ci si può far più nulla, non ci son santi, così pensava: allora Orfeo che è tutto gasato per via che si può riunire a Euridice, Tranquillo, gli fa ad Ade, Tranquillo Ade che non mi giro finchè non siamo di nuovo fuori dal regno dei morti, così pensava Patrizio. Gli piaceva immaginarsi il dialogo tra Orfeo e Ade in questi termini, era così che in definitiva lo ricordava, così che l’avrebbe raccontato, se davvero a qualcuno la sua versione dei fatti avesse potuto interessare. E così Orfeo raggiunge Euridice e la prende per mano e la stringe finalmente, la sente viva tra le sue dita e le parla di nuovo, ripetendole ancora una volta il suo amore che tanto le aveva celebrato in vita e che forse ora che lei l’aveva visto scendere tra i morti per lei poteva davvero ritenere l’amore della vita e della morte, l’archetipo dell’amore infinito, perché ora ritornavano insieme alla loro casa dopo aver sconfitto la morte e commosso le divinità, e le parole di Orfeo si perdevano marcandosi nel petto della sua compagna come vento che soffia e brucia su una ferita aperta, ma mentre parla, a pochi passi dall’uscita, Orfeo dimentica, Orfeo si gira e non ha nemmeno il tempo di rivedere per l’ultima volta Euridice, perché Euridice scompare nel momento stesso nel quale Orfeo decide di voltarsi ed è la fine, perché se ne torna tra i vivi da solo, così pensava. Tornare tra i vivi da solo, dopo tutto questo, io mi cadevano lente calde e tristi le lacrime che avevo trattenuto così a lungo e che delle parole di una lingua che cominciavo allora ad apprendere, avevano finalmente liberato, così pensava Patrizio, così avrebbe detto a Francesca, sorridendo, pensando quali reazioni avrebbero originato le sue parole e le sue qualità drammatiche. Pensa te se mi ci voleva il greco classico, pensa te, altro che psicologia, altro che psichiatria, pensava.. In effetti non ricordava com’era finita per Orfeo, ma gli sembrava qualcosa come una follia devastante per cui aveva cominciato a spaccar tutto, o comunque qualcosa di simile…, così pensava, così immaginava di raccontare a Francesca, con un’espressione sofferente ma contenuta, una delle espressioni che, in effetti, gli veniva meglio. Poi forse, calmatosi Orfeo è entrato in una specie di catatonia, pronunciando solo di quando in quando il nome di Euridice, continuava. E magari ora è in un ospedale psichiatrico o semplicemente in cura da uno psicologo psicoterapeuta di chiara fama, così pensava Patrizio, mentre la sua faccia stravolta sorrideva allo specchio. Con sicurezza ricordava solo le proprie lacrime: ma anche che come spesso capita, non se n’era accorto nessuno. Come in futuro, troppo spesso, non se n’era accorto nessuno.. Dovremmo esser più attenti a quel che capita al nostro vicino, così pensava che avrebbe concluso il proprio racconto del cazzo. Poi si sbellicò dalle risate, un attimo prima di addormentarsi.

 

“…la gente è cattiva… la gente ride della bruttezza degli altri!”

“Chi oserebbe, padrune?”

“Chi? Ad esempio, il bottegaio in fondo alla strada”.

“Quale, quello strabico con il nasone?”

“Ah! Ah! Ah! Ah! Proprio quello, Giuda!”

Leo Ortolani

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