Questo articolo ha ben poco di originale, come leggerete alla fine: ma persegue l’obbiettivo della diffusione di un’informazione più completa e articolata, ed è nato dall’esigenza di rivedere un altrui intervento su un’altra rivista.
L’avvento di un fenomeno mediatico come le Olimpiadi ha riportato all’onore delle cronache la situazione tibetana. In realtà questa stessa attenzione non ha portato che a una grossolana diffusione di notizie più o meno manipolate: quel che va posto necessariamente in discussione non è tanto l’attuale politica delle istituzioni cinesi, quanto piuttosto quella delle forze internazionali. Affrontare il problema in termini di diritti umani è certamente una modalità valida ma che coincide con la politica di esportazione del modello tanto caro alla mentalità occidentale. Non ha senso, come sosteneva Enrica Collotti Pischel, parlare di conquista del Tibet da parte della Cina comunista nel 1950, perché da due secoli la regione era parte dell’impero cinese, impero fatto di identità differenti in grado più o meno di convivere: con questo si vuole semplicemente rivedere un’informazione imprecisa sempre più diffusa. La legittimità di questo governo è stata messa in discussione in primis dalle mire inglesi sul Tibet, manifestatesi dall’India coloniale nel 1913, per sfociare nella rivolta di fine anni Cinquanta, fomentata dall’Inghilterra e finanziata dalla CIA, che in un secondo momento hanno cercato l’appoggio di una figura come quella del Dalai Lama: figura che dal 1951 godeva di un trattato per un regime di autonomia della regione. L’accordo venne dichiarato decaduto all’interno del clima di rivolta. Da qui l’azione del governo cinese che spossessò i monasteri, ma non impedì la fuga del Dalai Lama all’estero, negando da allora ogni minima richiesta di autonomia in base alla necessità di non cedere di una virgola. Tutto ciò per non fare apparire debole l’immagine statale, com’è ovvio. Su ciò si innesta l’attuale, violenta repressione del governo cinese nei confronti della protesta tibetana. La condanna dev’essere immediata e consapevole per tutto quanto riguarda i diritti violati, ma l’informazione, troppo spesso parziale ha invece la responsabilità di essere quanto più possibile completa.
p.s. vi presento miss Tibet.
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5 users commented in " Quello che mi vorrei dire del Tibet "
Follow-up comment rss or Leave a TrackbackGiusta precisazione direi. Il problema dell’atteggiamento cinese in Tibet oggiorno è soprattutto l’omologazione culturale dei tibetani, più che il controllo politico. Quello, come fai notare, c’è più o meno da sempre. Come accade spesso, quando si parla di Celeste Impero.
@zimisce:alla fine è la solita scoperta dell’acqua calda, non dico niente di nuovo, anzi. Il problema è la mancanza di diffusione di pensiero. L’acqua già calda non fa comodo ai produttori di caldaie.
ahimè ahimè, caro… pur senza simpatie per il regime cinese, che coglioni di ’ste semplificazioni…
bah,sai, a me pare che se tu (tu generico) certe cose non le sai vedi le situazioni in modo diverso. Sarà semplificare ma io lo vedo come un discorso di faziosità, cioè si racconta quel che fa comodo.
si no esatto, scusa era fraintedibile il mio messaggio. le semplificazioni sono quelle altrui che non prendono in cosiderazione l’avvenimento nel suo insieme. il tuo è un approfondimento, ovviamente!
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