img150.thumbnail.jpgTracy Chevalier, Strane Creature, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2009.

Tit. Originale “Remarkable Creatures.

 

§ Il titolo tradotto letteralmente sarebbe dovuto essere più o meno così: “Notevoli creature”, “Considerevoli creature”.

O meglio di tutto “Riconsiderevoli creature”. Cioè creature da riconsiderare e da rinominare, dato che l’oggetto in questione sono i fossili. Fossili che, agli inizi dell’800, venivano considerati ancora come scherzi di natura ed effetti collaterali del diluvio universale, freaks si potrebbe azzardare.

Fossili che, in barba alla nascente paleontologia, venivano erroneamente attribuiti a animali morti di forme note, conosciute anche se improbabili. Era molto più facile, effettivamente, immaginare i coccodrilli a Lyme, piccolo villaggio del Sussex, sulla costa meridionale inglese che osare l’esistenza di specie distrutte dal tempo, estinte, testimonianza di un errore divino. Con la conseguenza teologica molto importante che credere in un Dio fallibile non è la migliore delle consolazioni.

Insomma, meglio i resti di un coccodrillo anomalo che i fossili di un ittiosauro destabilizzante.

§ Strane creature ci ricorda che la scienza, in opposizione a quel che ci dice una certa storiografia scientifica non è solo rivoluzione scientifica, falsificabilità o riduzionismo, ma è anche l’invisibile (e mai abbastanza ricordata) perizia della ricerca. Allora, come tuttora, scienza è sporcarsi le mani. Può essere un atteggiamento consapevole o inconsapevole ma l’immagine di Mary Anning (una delle due protagoniste del romanzo) con il viso seccato dal sole, le unghie perennemente sporche e le scarpe mangiate dal sale marino di gratificante ha ben poco. Ma tutto quello che noi sappiamo sulla natura è frutto della pazienza dei vari Darwin, Lyell, Linneo e Buffon (e scusate se non li cito tutti), ma anche di figure, femminili in questo caso e quindi aspetto da sottolineare ancora di più, come Mary Anning.

§ Questo romanzo non parla solo di scienza, parla soprattutto di un’amicizia e, cosa ben più significativa, della condizione della donna nel 1800. Aspetti, questi, visti da entrambi i punti di vista della relazione affettiva fra Mary ed Elizabeth Philpot e resi palesi dal doppio registro lessicale-stilistico dell’autrice. Due formazioni culturali e personalità differenti che reagiscono ciascuno a modo proprio alla superficialità intellettuale di una parte della maschilistica classe dirigente scientifica ottocentesca, attenta ai riconoscimenti ufficiali ma poco avezza alla ricerca sul campo.

ARTICOLI CORRELATI