Il tg3 regionale teneva occupate le orecchie, mentre un respiro affannoso cadenzava il ritmo delle poche molliche di pane che si appoggiavano sulla lingua.

La testa china sul piatto, senza sottomissione, solo paura.

«È quasi due giorni che non mangi, posso sapere cosa c’è?» il rumore metallico del cucchiaio sbattuto contro il tavolo risuonò nella stanza.

«Niente mamma…» Matteo, sollevando gli occhi scuri e irrequieti, cercò di controbattere «…e sono stufo di ripeterlo.»

Il padre si inserì violentemente nella conversazione, come era solito fare in questi casi: «Non osare rispondere così a tua madre. Vai subito in camera, così impari l’educazione!»

Matteo non si fece scappare l’occasione. In camera, da solo, non avrebbe dovuto dare spiegazioni, nessuna balla, nulla di nulla; come diceva sempre il suo amico Jan: zero screzi, zero scazzi.

Si alzò dal tavolo e corse immediatamente al piano di sopra, il lungo corridoio sembrava più buio del solito. In fondo sulla sinistra un poster a grandezza naturale di Ibrahimović segnalava la sua salvezza. Persino Zlatan, col pallone a mezz’aria, sembrava triste e cupo. Un giro di chiave e il mondo rimase fuori.

Le dieci di sera e la notte silenziosa amplificava il ritmo regolare del suo respiro. Una vibrazione del cellulare nuovo lo riportò alla realtà, il solito numero, il solito sms, la solita frase: “Rikordati. Siamo arrivati a 150 euri.” Il labbro inferiore scivolò fra i denti tremanti mentre le mani mollarono la presa. Il cellulare si inabissò fra le lenzuola.

Il calore del letto era un rifugio sicuro per Matteo che si sforzava di pensare a tutt’altro, agli occhi di Lucia, allo skate di Bart Simpson, agli X-men: a qualsiasi cosa che non fosse Riccardo e il suo gruppo di amici maledetti.

Maledetti veramente. Non credeva di riuscire ad arrivare a odiare una persona in maniera così viscerale; solo ora, disteso sul letto con la testa infilata nel cuscino, capiva la differenza fra il semplice stare sulle palle e odiare. Non era un innocuo gioco terminologico ma una vera e propria differenza di reazione fisica. Matteo capì che quando pensava a Riccardo stringeva i pugni e tendeva i muscoli delle gambe, come una cane da combattimento che reagisce al suo padrone. Come se dovesse rimanere sempre all’erta.

Qualche voce proveniva ancora dal piano di sotto. Casuali stralci delle conversazioni dei suoi genitori senza capo ne coda, non riusciva a capire se stessero parlando di lui o di altre cose che non lo riguardavano. Il volume della televisione accesa non aiutava.

Matteo aspettava solo il momento che andassero a dormire tutti quanti, anche il fratello Alan, che ritornava a casa sempre tardi la sera e a cui nessuno diceva mai nulla. L’idea di essere l’unico sveglio in quella casa lo rasserenava, per quanto fosse ancora possibile. Rimase immobile disteso sul suo letto caldo alcune ore, ascoltando la musica del suo lettore mp3 al ritmo casuale delle sue oscillazioni d’umore. Saltando da un file all’altro senza neanche dare il tempo all’orecchio di assecondare il nuovo ritmo.

Le due di notte e nessuno in vista. Matteo sgusciò fuori dalla sua camera, giunse al piano terra scendendo le scale nella maniera brevettata durante quelle stupide ultime settimane. Faceva scivolare il sedere rasente ai gradini appoggiandosi sulle mani e sui piedi, in modo che il peso fosse maggiormente distribuito ed evitando così di fare scricchiolare le assi legnose delle scale.

Diede un’occhiata furtiva alla borsa griffata della madre, al cappotto color diarrea del padre. Due mani rapide si appropriarono indebitamente di cose non loro. L’istinto di sopravvivenza aveva ancora un volta la meglio sulla vergogna per quello che stava facendo. Prenderle di santa ragione o essere scoperto a rubacchiare qualche lira dai portafogli dei propri genitori: questo era il dilemma. Matteo scelse il rischio di non prenderle. Almeno a scuola aveva salva la faccia, fra le mura domestiche era tutta un’altra questione.

Rientrò in camera con soli sessantacinque euro. L’indomani sarebbe stata una brutta, brutta giornata.

*

La colazione fu una fastidiosa prassi fra l’incoscienza del sonno e l’agitazione del viaggio verso la scuola. Buttò giù tutto senza pensare: macine, latte tiepido e yogurt magro. L’autobus numero 11 speciale studenti, affollatissimo come al solito, un vago brusio fastidioso fra la pace della notte e quella dannata prima campanella. Mostrò il biglietto al controllore con slancio meccanico, dimenticando subito dopo di aver fatto quel gesto. Mancavano ancora due fermate.

Il giubbotto bianco e verde dei Boston Celtics di Riccardo si notava a qualche centinaio di metri di distanza, accanto a lui i soliti due leccapiedi. Uno, di nome Luigi, detto Lepre per la capacità di fuggire molto veloce quando c’è da menare le mani, di quello alla sinistra, invece, Matteo non aveva mai capito il nome, sapeva solo che non faceva altro che ridere in una maniera tutta particolare: buttando fuori l’aria dalla bocca senza muovere le labbra. Un caso da studiare in laboratorio secondo Jan, tanto era rimbecillito e viscido. Ma era uno di terza e per la maggior parte del tempo innocuo. Il caso di Lepre risultava invece utile per imparare i primi rudimenti della fisica classica. La sua velocità di fuga aumentava in maniera direttamente proporzionale alla massa dei contendenti in campo, sicuramente un buon esercizio. Joule e Luigi non andavano molto in sintonia.

Erano tutti e tre laggiù, accovacciati sul muretto della scuola. Una sigaretta da fumare in tre e gli zaini accatastati sopra i loro piedi penzoloni. Un cellulare penultima generazione a urlare gag che non facevano ridere nessuno. I tre ovviamente si scompisciavano dalle risate. Riccardo più di tutti.

Cinquecento metri, duecento metri. Cento, trenta, dieci.

«Non sentite un certo odore di merda qua in giro, eh ragazzi?» tutti cominciarono a ridere sguaiatamente mentre Matteo tentava di capire cosa ci fosse di tanto divertente.

«Non rompete anche oggi, per favore. Devo andare in classe subito che ho l’interrogazione»

«Guarda che non vogliamo trattenerti tanto. Devi solo darci soldi che ci devi. Prima lo fai e prima ti lasceremo in pace.»

«Forse» aggiunse Lepre accompagnando la sua voce stridula con un sorriso venuto molto male.

Riccardo con un facile balzo da cestista semifallito scese dal muretto. Una mano sulla spalla di Matteo e l’altra in tasca a rovistare fra le sorprese.

«Guarda che ho già avvisato il Preside di tutto quello che mi state facendo e la Polizia vi sta già cercando. Tutti quanti.»  

«Io non ti credo.»

«E poi i soldi oggi non li ho con me.»

Il via vai di macchine e corriere agitava la mattina e ancora di più il corpo già elettrizzato di Matteo e mentre le mamme davano un ultimo saluto ai loro figli, lui se ne stava fisso, immobile con i pugni serrati. Aspettava solo di veder spuntare fuori dalla tasca di Riccardo il coltello o dai loro zaini la sorpresa settimanale.

Sentì un fruscio di vento alle sue spalle, era Lepre che gli girava intorno. La sua mano destra, sporca e paffuta, rovistava nello zaino.

Quel che uscì da quella saccoccia graffitata da schifo non piacque per niente a Matteo. Una punizione cosi infida non l’aveva ancora mai sperimentata.

Alla vista di una scatola di cibo per gatti gli si bloccò lo stomaco, già sottosopra dal nervosismo incombente. Le macine si fecero sentire, mentre mentalmente si ripeteva a memoria l’unica preghiera che conosceva. Un “padre nostro” sgangherato che non recitava più dai tempi della prima confessione.

Lo strappo metallico della linguetta lo fece trasalire, batté le palpebre tre, quattro volte consecutive per cercare di fissare meglio la scatolina di latta. Per un attimo sperò che si trattasse solo di un brutto scherzo. In realtà di brutto c’era soltanto la situazione in cui era finito. Di pessimo, invece, la demenza di quei fantocci ignoranti, o diversamente colti, come diceva sempre Jan.

Matteo dovette seguirli mentre in formazione lo scortavano dietro l’angolo, la dove un vicolo tutto piastrellato di porfido garantiva una certa sicurezza alle carognate di quei Bravi del ventesimo secolo. Era accerchiato e la sola cosa che lo avrebbe potuto salvare era un’improbabile invasione aliena. Rettili spiraliformi che decidono di invadere la terra atterrando durante un pestaggio in un insignificante vicolo cieco del centro di Pordenone.

Difficile, pensava Matteo, terrorizzato da quello schifo di cibo per gatti: pollo e coniglio, pessimo gusto.

I suoi polsi erano congelati in una morsa umida ma ferrea. Le ginocchia, sottoposte all’urto costante del porfido, cominciavano a mostrare i primi segni di cedimento. I pensieri e le sinapsi del suo cervello, invece, davano un “non pervenuto” piuttosto preoccupante e l’alienazione da tutto ciò che in quel momento lo circondava portava Matteo altrove. In un’alcova dimenticata da tutti, dove ne Riccardo ne tanto meno i suoi sgherri da quattro soldi potevano accedervi liberamente. Solo lui, solo Matteo e le sue schegge di pensieri rassicuranti. 

Cosa gli fecero non se lo ricordò mai più. I dettagli preferirono nascondersi per sempre. La prima immagine che gli tornò alla memoria fu solo la pozza di vomito che fumava ancora a causa del freddo. Ancora riconoscibili, i pezzetti di cibo per gatti.

Un cane abbaiava poco distante, oltre la ringhiera di un cortile un’altalena compiva un moto oscillatorio infinitesimale sospinta dallo scarso vento mattutino.

Lo zaino, con appeso il giallo pupazzetto di Bart Simpson, era serrato fra le sue gambe.

Le unghie più sporche del solito.

«Ci vediamo in classe, frocio.» Quella frase riecheggiava nell’aria, amplificata dalle ridotte e claustrofobiche dimensioni di quel vicolo della vergogna. Le risate che seguirono la battuta di Riccardo erano grottesche e gli ricordarono quelle ridicole smorfie di riso di Skeletor, in una vecchissima puntata di He-man scaricata da internet pochi giorni prima.

Lacrime, spasmi di nervosismo e le contrazioni del volto fecero assumere a Matteo un’espressione assolutamente insondabile. Forse rideva per quella stupidissima associazione di pensiero con Skeletor, forse piangeva, forse pensava a una improbabile quanto irrealizzabile vendetta, forse non pensava a nulla. Sicuramente provava vergogna. E poi c’era Lucia: compariva e scompariva come una meteora perenne di quei momenti allucinati, portando i suoi splendidi occhi chiari a dare almeno un motivo per rialzarsi da terra.

 

Alle undici e dieci della mattina la campanella suonò, come sempre. La fine della ricreazione spingeva mandrie di ragazzi di rientro nelle classi. Chi si affrettava a spegnere le cicche, chi finiva di rimpinzarsi di pizzette a un euro e cinquanta. Chi palpeggiava, chi si lasciava palpeggiare, incensurata e lontana mille miglia da ogni qualsiasi forma di timore, chi scambiava carte di Magic. I più temerari, quelli all’ultimo stadio, copiavano versioni di latino in fretta e furia. Il senso di quello che scrivevano, nel frattempo, veniva storpiato fino a far diventare il latino una lingua incomprensibile, oltre che morta.

La seconda D uscì a singhiozzi dall’aula. Matteo si affrettò, convinto che non essere l’ultimo gli dava un qualche segno di rispetto. Il colorito della sua faccia, un verdognolo tendente al livido, nell’arco della mattinata era stato oggetto di discussioni clandestine fra gli ultimi banchi della classe: influenza, avevano deliberato quasi all’unanimità. Alla luce delle numerose vetrate del corridoio della scuola però quel viso risultava ancora più emaciato. Ma l’influenza fa questi effetti, si sa.

Negli spogliatoi, immotivati esplosioni di virilità compensavano timidezze e timori repressi. Incomprensibilmente uno stuolo di maschi in preda all’acme accelerarono ulteriormente, la prof. di educazione fisica li stava già aspettando fuori, pronta con il pallone da calcio sotto il braccio. Di martedì si giocava, di solito, e gli alberi fungevano da improvvisati pali delle porte.

Matteo non se la cavava malissimo a calcio e Jan, invece, non demeritava affatto. Era stato l’unico della classe a essere convocato per il torneo delle scuole. L’unico del biennio, e questo gli conferiva un aurea del tutto particolare, molto autorevole, e il fatto di giocare nelle giovanili dell’Udinese era un’ulteriore punto a suo favore.

Matteo e Jan stavano sempre in squadra assieme anche perché, in fin dei conti, si intendevano in un campo di calcio come nella vita di tutti i giorni. Quell’amicizia era una delle note positive nella vita di Matteo, oltre ai vari Zelda di cui si considerava un esperto giocatore.

Riccardo invece, nella squadra avversaria assieme a Lepre, randellava duro. Con i piedi sembrava una specie di Paul Ince dei poveri, ma a differenza dell’incontrista inglese gli mancava il coraggio, l’altruismo e la fantasia. Il suo gioco era fatto di trucchetti subdoli imparati nei campi di basket e applicati al dribbling con le gambe: un repertorio che andava dalle ancate alle ginocchiate sulle cosce fino a incoerenti blocchi che nel calcio non si erano mai visti. Durante quelle partitelle era sempre meglio stagli alla larga.

Per la prima mezz’ora ci fu solo una grande confusione ma la polvere che continuava ad alzarsi imperterrita non impediva al gioco di continuare. Il pallone balbettava da un piede all’altro.

Matteo all’improvviso si ritrovò a terra con la maglietta originale di Alex Del Piero scucita all’altezza della manica destra. Dalla rabbia prese una manciata di terra e la scagliò lontano, mentre Jan si avvicinava per aiutarlo a rialzarsi. Riccardo si allontanava ridendo, come al suo solito, correndo all’indietro e rivolgendogli una smorfia sarcastica.

*

Le urla della professoressa scossero gli sguardi inebetiti di tutti i maschi della classe. «Allontanatevi, allontanatevi, allontanatevi…» urlava la stessa parola come un mantra ossessionante. «Matteo, cristo santo, ma sei impazzito?»

«Ma che cazzo hai fatto?» Lepre si mise le mani nei capelli biondo ossigenati.

Jan cercava disperatamente di allontanare Matteo, che con i pugni serrati e lo sguardo fisso nel vuoto non voleva spostarsi di un millimetro da quella piccola calca di persone che si erano raggruppate attorno al corpo di Riccardo. C’era del sangue tutto attorno, un robusto frammento della tibia usciva dalla pelle slabbrata della gamba destra. Riccardo, disteso, non sapeva in che posizione stare. Rollava ora a destra ora a sinistra in preda al dolore più lancinante. Respirava pesantemente e batteva il pugno sul duro terreno erboso. Con la mano sinistra si toccò anche la coscia. Qualcuno notò formarsi immediatamente un bruttissimo ematoma qualche spanna sopra il ginocchio. «Guardate, ha rotto anche il femore.» ora tutti urlavano, parlavano uno sopra l’altro.

«Prof. chiami l’ambulanza!!! »

Si avvicinò anche Lucia, con il suo caschetto castano e la felpa attillata, prendendo per il braccio Matteo in modo da allontanarlo ulteriormente. La situazione stava degenerando.

«La bidella, presto, presto» Lepre si agitava. «Trovate un cellulare, vi prego.»

Riccardo continuava a rantolare. Matteo non pensava. Jan non capiva.

Dalle finestre delle aule qualche studente più curioso degli altri si affacciava ad osservare la situazione. Ma dall’alto si notava ben poco: solo la scura chioma riccia della Prof. Siletti che zigzagava in preda al panico.

*

«Senta, l’unica cosa che le possiamo dire è che si sia trattato solo di uno spiacevole incidente, di un brutto errore da parte di nostro figlio. Altro non sappiamo.» due contro uno, ciascuno ancorato a difesa dei propri interessi «Si è chiuso in un silenzio incomprensibile e veramente non ne veniamo a capo.»

«Capisco signori Tomasetti, capisco. Ma il problema è più grave del previsto, e non riguarda solo voi. Io sto cercando di venirvi incontro, ma bisogna che anche vostro figlio si sforzi di dire le cose come stanno.»

Il preside e i genitori erano occupati da almeno mezz’ora. Matteo, seduto con aria ambigua, aspettava fuori dalla porta dello studio fissando un punto indistinto oltre la finestra perfettamente pulita. Jan, intanto, scaricava la tensione girovagando con un circolare moto perpetuo, quasi a creare un solco sul pavimento dove sprofondare in tutta tranquillità. Qualche parola era riuscito a scucire dalla bocca di Matteo, ma per ora si doveva accontentare di un laconico “forse”. Due sillabe: quanto di più lungo avesse detto negl’ultimi due giorni. Ma più del silenzio lo preoccupava l’ambiguità che scorgeva nel suo sorriso e dal fatto che tutta questa situazione lo sembrava divertire. Moltissimo.

A un tratto non riconosceva più il suo migliore amico.

«Si tratta della famiglia di Riccardo, i coniugi Dal Mas. Vorrebbero avere un colloquio con voi, qui nel mio ufficio, e se posso permettermi un consiglio è meglio chiarire questa situazione il più presto possibile e nella maniera più franca e diretta.» Il padre consumava le falangi sul bracciolo della sedia mentre ascoltava attento le parole del preside «Mi sono permesso di chiamarli. Dovrebbero essere qua a momenti. Spero che capirete anche la loro situazione. Il figlio è ancora in ospedale.»

Matteo sollevò di colpo la testa. Non si era ancora accorto della presenza di due nuove persone nel corridoio. Le fissò senza troppi patemi.

La signora, non molto bella, aveva il viso segnato e gonfio, evidente conseguenza del poco sonno delle ultime due nottate e il trucco, appena accennato, garantiva una certa svogliata presentabilità. Il marito, invece, sembrava la copia invecchiata di Riccardo. Meno capelli, più rughe, lo stesso sguardo ironico che tanto detestava.

Matteo non tardò a capire che si trattava dei suoi genitori. Jan girò la testa dall’altra parte. Alan, che fino a quel momento non aveva detto una parola impegnato com’era in una assurda gara di silenzi, strinse il ginocchio del fratello con un gesto d’affetto: un semplice segno a compensare legittimi mutismi.

Quell’imbarazzante situazione fu fortunatamente interrotta dal rumore della porta dell’ufficio. Un “click” liberatorio giunto come una manna dal cielo. Il capo pelato del preside Otellio si sporse con un sorriso d’ordinanza: non troppo accentuato per evitare di urtare il precario equilibrio dei coniugi Dal Mas.

Matteo osservava dall’alto di una posizione indescrivibilmente eterea, si credeva simile a un personaggio dei cartoni animati che dormiva comodo fra lenzuola di nuvole. Questo mondo, la realtà dei fatti, i ricordi confusi di quel martedì maledetto non erano questioni che lo riguardavano. Lui era troppo distante per sporcarsi veramente le mani in quel disastro di avvenimenti in cui era coinvolto. Lui era ovunque fuorché li, in quel corridoio così irritabilmente pulito.

Nell’ufficio freddi buongiorno tagliavano le gole di tutti i presenti, a vicenda. Quattro persone: quattro iene a caccia di una preda. Tutta l’animalità sgorgava a difesa dei rispettivi figli, ciascuno con la propria indiscutibile parte di santità, ciascuno a proprio modo intoccabile.

Le sedie contenevano a malapena i nervosismi, vibravano d’amore figliare. Le pupille del preside scappavano da uno sguardo all’altro, senza sapere dove trovare pace mentre un orecchio clandestino origliava la propria sorte dalla parte esclusa della porta.

«Buongiorno a tutti.»

Un esordio amaro ma inevitabile.

«Non credo sia un buongiorno.» Arturo, il padre di Riccardo, prese tutti in contropiede, compreso sua moglie che tanto lo aveva pregato di valutare la situazione prima di dare legittimo sfogo alla loro rabbia.

«Forse i coniugi Tomasetti vogliono subito dire qualcosa.» Il palmo aperto della mano del preside dava via libera alle scuse.

«Mio figlio è in ospedale» Arturo incalzò senza neanche aspettare.

«Noi siamo veramente costern…»

«Mio figlio è in ospedale» stessa tonalità, stesso sguardo fiero e immobile.

Dal corridoio si sentiva un crescendo di voci intrecciate fra loro, come altrettanto fitto era il gioco degli scambi di sguardi dei ragazzi che ancora aspettavano fuori. Seduti, apparentemente distanti, ma emotivamente coinvolti.

Tradurre in un italiano comprensibile quelle urla sovrapposte era demotivante, oltre che inutile.

Un attimo di silenzio precedette il rumore della maniglia della porta azionata violentemente. Uscirono due figure in fretta e furia, i chiari occhi della madre di Riccardo si gettarono furibondi sul viso immobile di Matteo.

«Avrete presto nostre notizie.»

Un pianto trattenuto si riconosceva all’interno dell’ufficio.

*

Mtv, Italiauno, Mtv, Televideo, Mtv…

La noia di Matteo guidava il telecomando da un canale all’altro. Era da una settimana che il suo universo di vita era compreso fra le sghembe mura di casa sua. Televisione, Nintendo, poco altro. Svariati albi di Dylan Dog sparpagliati per la camera lasciavano intuire qualche intenzione più seria. Ma erano solo intenzioni, appunto, la curiosità di sapere se Tiziano Sclavi fosse tornato alla guida della testata era svanita subito dopo l’acquisto.

Per ora nessun proposito di ripresentarsi a scuola: affrontare Lepre, il suo mellifluo amico, giustificarsi con Lucia, con Jan e con tutti i professori. Meglio fingere un malessere e rifugiarsi nel verde e beato mondo di Hyrule. Almeno in quelle terre le difficoltà venivano superate a colpi di spade e fionda.

«Matteo.»

La voce della madre sembrava tremante. Il viso, pallido, quasi non riuscivano a contenere gli occhi sgranati.

Il telecomando cadde, mentre nell’aria rimbombavano quelle strani frasi, dal sapore così freddo, così burocratico da rasentare l’indifferenza: parole che cambiano il corso di una vita vissuta così semplice, fino a ora.

Denuncia. Lesioni personali dolose. Disciplinati dall’Art. 583 c.p.

Piccole bombe a grappolo che infransero le pareti di quell’abitazione in una deflagrazione che nessun vicino di casa sentì e vide, ma che restò ben impressa nella mente di Matteo Tomasetti, quindici anni e una verità non detta.

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