Unità specialeQuando abbiamo parlato per la prima volta di Unità Speciale, esattamente qui, l’obbiettivo principale era spingere quanta più gente possibile ad acquistarlo: e l’abbiamo ricercato attraverso un intervento che dir panegirico è poco. Oggi, all’uscita del secondo albo cerchiamo di approfondire alcuni aspetti in maniera critica, non promozionale. La finalità è sempre suscitare curiosità nei confronti della lettura di quest’albo, ma in maniera consapevole.

Punto primo. Non è che Alfredo Nocerino non sia un bravo disegnatore. Siamo convinti che lo sia. Basta guardare qua. Purtroppo, ipotizziamo per motivi economici o di tempistica, le copertine di Unità Speciale non si possono guardare. E non c’è altro da dire. Anzi, in quarta di copertina, l’anteprima del terzo volume ha davvero un che di imbarazzante. Sia chiaro che  le qualità di Nocerino in senso assoluto non si discutono, si discute solamente l’esito di una scelta editoriale che purtroppo deve essere stata condizionata da fattori esterni. Più o meno quel che accadde al povero  Detective Dante che spesso ha presentato soluzioni grafiche deficitarie, tanto da richiedere l’intervento in extremis del lavoro di Massimo Carnevale per congedare con un briciolo di credibilità la testata. Unità Speciale pare ancora più svantaggiata  da questo punto di vista, anche se a onor del vero il discorso fatto per le copertine non può essere riportato pari pari per quanto riguarda le tavole, che paiono tutto sommato decorose, molto meglio di alcuni albi del carissimo e sopracitato Detective Dante. Ora aspettiamo un po’ e vediamo come procede.

Punto secondo. Velo pietoso sulla seconda di copertina che ospita gli interventi del tenente colonnello Roberto Riccardi, cosceneggiatore, tra l’altro, del primo numero. Se uno dei punti di forza della serie che avevamo esaltato era la capacità di trattare con poca retorica un soggetto estremamente delicato,  Riccardi qui  ce ne sbrodola addosso un sacco e una sporta.

Punto terzo. Parliamo della sceneggiatura. Forse è vero, come ha sostenuto qualcuno che certe didascalie descrittive oramai sono datate e fuori luogo, visto che la grammatica del fumetto è sempre più conosciuta, ma Cinzia Tani e Massimo Guglielmi si sono mostrati capaci di dominare una struttura narrativa piuttosto complicata. Esprimono il loro talento attraverso una tecnica che in sè non ha niente di nuovo (pensiamo a Lionel White,a Kubrick, a Tarantino e bla bla ), ma che riescono a gestire con grande abilità. Il lettore affronta così numerosi stacchi narrativi devastanti, passando da un contesto all’altro, da una prima persona a un’altra, con il risultato di venire fortemente coinvolto nel processo narrativo. Più che in altre letture è evidente lo sforzo attivo che i due autori richiedono. Ottenendo così il classico doppio vantaggio di coinvolgere e mantenere attivo chi legge. Col rischio, di non far capire un cazzo di niente a nessuno. Invece, si capisce tutto perfettamente.

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