marguerite_yourcenar.jpgUna vivace avventura ambientata in un secolo di grandi contraddizioni. “L’opera al nero” di Marguerite Yourcenar non smette di attirare l’attenzione del pubblico leggente nonostante i quaranta anni passati dalla prima edizione francese. Correva l’anno Domini 1968 quando vide la luce il celebre romanzo storico dell’autrice nata a Bruxelles, formato da materiale eterogeneo ricomposto per l’occasione, le cui bozze risalivano fino a vent’anni prima. L’altrettanto celebre “Memorie di Adriano” possiede una genesi e un approccio storiografico molto simile per certi versi ma anche differenti per altri: la documentazione storica di un personaggio reale (anziché fittizio) lo differenzia infatti da questo curioso affresco della società europea cinquecentesca.

Il protagonista inventato, Zenone di Ligre, si rende portavoce di quella febbrile curiosità rinascimentale che pose le basi alla rivoluzione scientifica moderna; si rivela cantore di una ricerca alternativa verso la Verità, non rivelata dalle Sacre Scritture e non approvata e acriticamente trasmessa, che proviene direttamente dalla sperimentazione incessante atta a placare la propria sete di conoscenza. Romanzo intellettualmente sofisticato, che non corre il rischio di scadere nell’erudizione auto-compiacente, e che dimostra tutta la vivacità dell’autrice pari a quella dei protagonisti del secolo che descrive: geni errabondi e inquieti, ora asserviti ai dettami cristiani-scientifici ufficiali, ora sprezzanti dei limiti conoscitivi imposti dalla teologia. A comporre questo coro sinfonico rinascimentale vi sono maghi, alchimisti, medici e chirurghi perseguitati, avventurieri militari e ecclesiasti di ogni gerarchia,copertina-opera-al-nero.thumbnail.jpg fittizi o realmente esistiti, ognuno con la sua parte di santità e sordidà, ognuno, insomma, a suo modo poetico. Tre sono le sezioni del libro che rimandano forse alle varie sfaccendature della conoscenza: la vita errante, irrequieta, caratterizzata da una prosa torrenziale, che affronta la vastità e la larghezza dello scibile umano; la vita immobile, sedentaria e riflessiva, che procede verso la profondità; e infine l’inevitabile conclusione, perché come dice Zenone stesso, a tratti ricalco della simile figura di Paracelso, “La rivolta…era in me, o forse nel secolo”.

L’ostacolo da superare è lo shock iniziale di nomi, personaggi e riferimenti storici non immediati, utili tuttavia per calarsi nella selva culturale del secolo sedicesimo. Non è un libro leggero, va letto e riletto per soddisfarsi nelle proprie innumerevoli sfaccendature e per superare, senza affliggersi, lo stile forse un po’ troppo verboso e intellettualisticamente ricercato della Yourcenar.

Ma l’Opera al nero non è solo questo, è anche la storia di una amicizia, la vicenda di due ricercatori divisi dal destino ma uniti negli intenti: uno verso la gloria, l’altro verso la Verità. Su questo aspetto infatti sembra concentrarsi il regista André Delvaux nel suo omonimo film che, curiosamente, inizia dalla seconda parte del libro, e cioè dal ritorno di Zenone, interpretato da Gian-Maria Volonté, ormai non più giovane, nella natia Bruges e dove si presenta sotto falso nome a causa dei suoi scritti giudicati sovversivi dalle gerarchie cattoliche intenzionate a estirpare col fuoco tutti i germi delle rivoluzioni luterane ed evangeliche. Il film si concede diversi momenti onirici, non presenti nel libro, ma non per questo non funzionanti, e riesce nell’intento di presentarci lo sconforto e la stanchezza di una vita dedicata alla ricerca e alla fuga in un secolo in cui per sfuggire alla censura “il silenzio è pesante da portare”.
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